Un giardino dedicato a Paolo Scrofani, il poliziotto eroe

Intitolazione ieri in via Cermenate davanti al palazzo dove morì per evitare una strage

Attorniato da una miriade di amici vecchi e nuovi della Polizia di Stato e di tutte le forze dell'ordine, dal capo della Polizia Franco Gabrielli, dal prefetto Renato Saccone, da nuovi e vecchi sindaci (Sala e Albertini) e da questori in pensione (primo fra tutti l'indimenticabile Lucio Carluccio) - tutta gente che non conosce ma che non può che volergli bene a prescindere - il piccolo Paolo Angelo ha appena otto mesi e sgambetta sorridente tra le braccia del giovane papà. Non sa, lui che è nato e vive a Lecce, che si trova Milano, lungo il Naviglio, in quello che la gente ha sempre chiamato ii «giardini della pesa» (non ha mai avuto un nome ufficiale, ci pesavano i camion) e che adesso è un angolo di verde e altalene in questa zona a sud di Milano. Non sa che quella radura di giochi e gioia sta per essere intitolata con una targa e benedetta dall'arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini, a suo nonno, il primo dirigente della polizia Paolo Scrofani che oggi non avrebbe neanche 60 anni. «È la gioia della nostra vita» ripete Emma Ivagnes, la nonna del piccolo, guardando il bimbo sotto il cappello della divisa femminile della polizia. Una donna che la morte e la vita, in tutta la loro intensità, le ha toccate con mano da vicino in questi anni e in parte purtroppo proprio qui. Non è infatti solo la dirigente del compartimento Polfer di Puglia, Basilicata e Molise, ma è innanzitutto la vedova di Scrofani e la madre della sua unica figlia Federica, una bella 30enne che adesso lavora alla polizia postale ed è mamma del piccolino.

Scrofani è stato ucciso a 40 anni a Milano il 28 giugno 2002 da un disoccupato, il 42enne Massimiliano Santoro che, non volendo farsi sfrattare dall'appartamento Aler di viale Giovanni da Cermenate 64 dove abitava, ci si barricò all'interno e poi accese una sigaretta, facendo saltare in aria tutto il palazzo. Per uno di quei destini che anche volendoci impegnare una vita e scomodando tutti gli dei cielo e della terra non comprenderemo mai, Paolo Scrofani morì, rimasero ferite altre 22 persone, mentre Santoro si salvò. Quel giorno inoltre, va detto, Scrofani, dirigente del commissariato Ticinese, non era in servizio, ma giunse ugualmente sul posto per avviare una trattativa con il disoccupato. Un uomo che, condannato per omicidio volontario a 16 anni e due mesi, nel dicembre 2012 era già libero. Dopo aver scontato appena dieci anni di carcere (da Opera passò a Monza, quindi a Bollate e, al regime di semilibertà, ai domiciliari) il 42enne Massimiliano Santoro è tornato definitivamente in libertà ed è sparito dalla circolazione.

«Come per l'anniversario della morte di Annarumma ancora l'arcivescovo Delpini ha usato la parola aggiustare per parlare della condizione dell'uomo che si trova ad affrontare un grande dolore, come la perdita di Paolo Scrofani. Una parola che ne contiene un'altra nella sua etimologia, ovvero giustizia - ha sottolineato il capo della polizia Franco Gabrielli dopo la messa celebrata nella chiesa dei Santi Quattro Evangelisti di via Pezzotti -. Noi siamo al servizio delle comunità, rappresentiamo presidi di giustizia e di legalità mai disgiunta da una profonda umanità. Nella vicenda di Scrofani c'è una cifra che accomuna tutte le persone che servono il Paese con una divisa e sono chiamate ogni giorno a uscire di casa: l'incertezza: immagini di potervi fare ritorno, accettando l'idea di un rischio. Nella vicenda di Scrofani questa imprevedibilità ha avuto una dilatazione pazzesca. La minaccia di quest'uomo che non voleva essere sfrattato si è concretizzata. Paolo è stato un servo eroico: ci ha indicato una strada e il modo di percorrerla, senza paura, senza ripensamenti e tornaconti».

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