«L'Antigone di Sofocle tragedia contemporanea»

L'attore sullo spettacolo in scena al Teatro Carcano «Il finale racconta un mondo condannato a finire»

Andrea Bisicchia

«Antigone» di Sofocle è una delle tragedie più rappresentate al mondo, nel primo Novecento ha subito delle rivisitazioni ad opera di Brecht e Anouilh e continue riscritture in chiave contemporanea, vista l'attualità del tema che vede lo scontro tra il potere dello Stato e quello della giustizia morale, tra legalità e pietas. Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice sono i figli che Edipo ha avuto da Giocasta che scoprirà essere sua madre, dopo aver ucciso il padre Laio in un crocicchio, mentre si avviava verso Delphi per ascoltare l'oracolo.

Sui Labdacidi si abbatterà una maledizione che vedrà i fratelli scontrarsi e uccidersi sotto le mura di Tebe e le sorelle impegnarsi a seppellire il cadavere di Polinice a cui Creonte aveva negato la tomba. Abbiamo chiesto al regista-attore Sebastiano Lo Monaco a quale tipologia appartiene il suo Creonte. In scena da oggi a domenica primo marzo al Teatro Carcano.

«Con Laura Sicignano, abbiamo discusso a lungo su come rendere diversa, dalle tante altre interpretazioni, quella di Creonte. Si è pensato di farne un capo tribù, anche se vestito di bianco, non un Re, ma un Capo come lo chiamano i soldati. Per giustificare questa scelta, abbiamo ambientato la tragedia, non al tempo in cui fu scritta, ma in un periodo precedente, quello in cui storicamente avvenne, quando le piccole città, in fondo, erano dei villaggi, ovvero degli agglomerati di tipo tribale. La lettura della regista, pertanto, è di tipo antropologico, dove contano i legami di sangue e dove i sentimenti si vivono allo stadio primordiale».

Scenicamente come avete realizzato questa idea?

«La Sicignano ha chiesto a Guido Fiorato una reggia arcaica, non di marmi e di arredi dorati, bensì di tronchi di legno, la cui funzionalità si vedrà alla fine della tragedia».

Come sarà, allora, questo «nuovo» Creonte?

«Non più un politico, perché si è voluto dare maggior risalto alla sua umanità. In fondo, l'Antigone voluta dalla regista, non si ribella a un potere costituito, ma si scontra con un potere familiare, quello dello zio che è fratello della madre Giocasta. La sua disubbidienza si consuma all'interno della famiglia. Il mio Creonte risente di questo tipo di conflittualità tanto che, dopo l'ecatombe finale, mostra attimi di commozione, fino a voler nascondere le lacrime che sono quelle di un marito, di un padre e di uno zio per coloro che moriranno a causa sua.

E i rapporti con le leggi?

«Avendo scelto questo tipo di interpretazione, le leggi saranno quelle del sangue, piuttosto che quelle dello Stato che si svilupperanno solo al tempo di Sofocle nella Grecia del V secolo. Il mio rapporto con Antigone è costruito su una dialettica che tocca il problema della responsabilità e della irresponsabilità umana, tipico delle società arcaiche, quando le leggi tribali erano diverse da quelle legali. Per Antigone, l'obbligo morale coincide con quello della sua coscienza, lei invoca una giustizia diversa».

Scelto questo indirizzo, la messinscena avrà una sua ritualità?

«Certo che l'avrà, anzi sarà accentuata dalle musiche orientali, suonate dal vivo, da Edmondo Romeo e dal Coro che non sceglie il ritmo del verso, ma quello del corpo».

Si accennava, prima, alla funzionalità della scena, in che modo?

«Alla fine dello spettacolo, la tragedia del lutto, si concluderà con la scena che cade a pezzi, come a dire che un certo mondo è condannato a finire per cedere il posto a una società costruita sulla polis e sulle leggi dello Stato. Nello scontro tra Salvini e Rackete, qualche finto intellettuale illuminato ha definito la Capitana, novella Antigone, perché ha saputo scontrarsi con le leggi dello Stato, rappresentate dal ministro degli Interni».

Tra gli altri interpreti anche Lucia Cammaleri, Luca Iacono, Silvio Laviano, Simone Luglio, Franco Mirabella, Pietro Pace.

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