L'arte di Marcello Maloberti tra performance e barocco

Alla Galleria Cortese l'antologica dell'artista lombardo. E gli affreschi del Veronese diventano un'installazione

L'arte di Marcello Maloberti tra performance e barocco

Vita difficile, quella degli artisti italiani post-anni Novanta, non ancora storicizzati dai (pochi) musei che contano e non adeguatamente considerati dal mercato, soprattutto se hanno deciso di non emigrare. E allora va a merito soprattutto delle serie gallerie private continuare a monitorarne la ricerca sottolineandone il valore, quando c'è. Un caso esemplare è nella mostra «antologica» dell'artista lombardo Marcello Maloberti, classe 1966, inaugurata negli spazi di Raffaella Cortese. Maloberti, nonostante la docenza di lunga data presso l'Accademia Naba, non ha mai smesso di essere artista, fedele a una poetica complessa e certo poco commerciale, ma che tuttavia lo ha portato ad esporre in numerose importanti istituzioni, non ultima il padiglione Italia della Biennale veneziana del 2013. Il suo lavoro è basato sulla performance e sul rapporto tra arte e vita, applicato attraverso una visione surrealista che ha radici non troppo recondite nel movimento situazionista degli anni '50.

Maloberti, come tanti artisti concettuali, utilizza tutti i media artistici - dalla fotografia al video, dal collage alla scultura - per raccontare il senso di inadeguatezza dell'uomo nei confronti della «società dello spettacolo», così la definiva Guy Debord. La mostra milanese, a cura di Pierre Bal-Blanc, è un archivio dei suoi appunti di vita sigillati in teche di plexiglass, dove le immagini ritagliate sono ora ritratti delle sue performance, ora icone di una quotidianità collettiva. In un'altra sala della galleria, l'artista ha tappezzato il pavimento di ritagli che rimandano all'italica storia dell'arte: quella che, volente o no, è incisa nel dna della cultura popolare.

Maloberti crea un ironico e «interattivo» sovvertimento, costringendo il pubblico a calpestare i ritagli delle cupole e dei soffitti classici affrescati da due grandi maestri del passato, Veronese e Tiepolo. Nell'ultima sala, un solo e inedito intervento pittorico rappresenta la riproduzione di una sua performance passata. Curioso il titolo della mostra: Sbandata. Ovvero «una sbandata per la pittura del Quattrocento e del Settecento - ha dichiarato l'artista - perchè in questo periodo di decadenza politica e sociale il posto dove mi sento meglio è in mezzo ai libri di arte antica». Altro che sbandata allora: la cultura non salverà il mondo, diceva Umberto Eco, ma aiuta a essere un po' più liberi.

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