"Il museo del Fumetto rischia la chiusura. Sala ci ha abbandonato"

Il direttore di Wow: "Da questa giunta mai avuto aiuti, l'emergenza è il colpo di grazia"

"Il museo del Fumetto rischia la chiusura. Sala ci ha abbandonato"

Aprile, il più crudele dei mesi, è cominciato con la festa del compleanno. Celebri matite e soggettisti delle «nuvole parlanti» (tra cui Milo Manara, Bruno Bozzetto, Mario Gomboli, Silver) hanno fatto gli auguri via web a Wow-Spazio Fumetto, che il primo del mese spegneva le prime nove candeline. Wow è l'unico museo del fumetto degno di questo nome in Italia. Ma una certa sordità delle istituzioni - Comune e assessorato alla Cultura- e il coronavirus rischiano di renderne difficile la riapertura, anche usciti dall'emergenza. Come mai? Ne parliamo con il direttore del «Museo» Luigi Bona.

Difficile credere che Wow sia in difficoltà. Cosa è successo?

«Abbiamo organizzato oltre ottocento mostre, l'anno scorso i visitatori sono stati più di ottantamila, centinaia gli incontri e i laboratori. In viale Campania siamo centro di aggregazione per il quartiere. Tutto bene, ma non ci stiamo con i costi. Questi mesi sarebbero il nostro periodo aureo, ma per la pandemia siamo stati costretti a interrompere rapporti di lavoro, che riguardano circa una ventina di persone. Abbiamo bisogno di un aiuto dal Comune, che ci affitta i locali».

L'assessore Filippo Del Corno non è sensibile al vostro lavoro?

«Ci dice bravi, riconosce l'importanza del Museo. Ma certo Del Corno non ha per noi l'attenzione che ci riservavano Massimiliano Finazzer Flory - della giunta Letizia Moratti, con la quale inaugurammo - e il successivo Stefano Boeri, che a sorpresa veniva a vedere le mostre. Del Corno ci ha offerto una mano per le conferenze stampa, proponendo Palazzo Reale. Ma non è questo che ci serve».

Non avete già un affitto agevolato da parte del Comune?

«Sono sempre decine di migliaia di euro. Un terzo di quel che pagherebbe, per fare un esempio, un gigante come Esselunga. Ma noi non siamo un terzo dell'Esselunga».

Che cosa volete?

«Ci piacerebbe discutere con assessore e sindaco, fare tavoli di lavoro. Beppe Sala non l'abbiamo mai visto. Poi, si sa, il comune ha una sua logica culturale. Fa i palinsesti, butta lì un argomento e su quello spunto ciascuno può fare ciò che desidera. Interessante. Ma cultura è qualcosa di più durevole. Siamo museo, biblioteca, attività didattica con cinquemila iscritti a corsi e laboratori. Con il Mudec, del Comune di Milano, e Fondazione Prada siamo la terza realtà museale fuori dalla Cerchia dei Navigli».

Il vostro tesoro sono oltre 500 mila documenti. Dove li tenete?

«Sono materiali conservati in vari luoghi, tra giornali, disegni, fotografie, video, film. Dal francobollo al manifesto. Dovremmo digitalizzare tutto, ma non possiamo permettercelo. Siamo però assolutamente in grado di orientarci nel labirinto e tirare fuori quel che serve per mostre, laboratori, tesi di laurea».

Il museo è gestito da Fondazione Franco Fossati. Chi era?

«Franco era un grande amico e un massimo esperto di fumetti, scrittore e giornalista. La sorte lo portò via nel 1996, a 50 anni. Recuperai la mole di materiale che aveva collezionato e costituimmo la Fondazione, senza scopo di lucro. Per dare un futuro alla ricerca di Franco. La nostra prima mostra fu la storia delle oltre duecento case editrici di fumetto a Milano, da quelle dimenticate di inizio Novecento, alle grandi come Mondadori, Disney e Bonelli, alle piccole note solo agli specialisti».

Milano è capitale del fumetto?

«Ha avuto un'importante scuola e grandi autori hanno pubblicato qui. Tra i tanti, nomi come gli argentini Quino, Muñoz e Sampayo o il veneziano Hugo Pratt».

I primi fumetti che ha amato?

«Ero bambino: una storia di Topolino di Giovan Battista Carpi, letta durante il morbillo, e il fantascientifico Dan Dare, che leggevo sul Giorno dei Ragazzi. Mi piaceva anche Cocco Bill, di Jacovitti».

Commenti