Nel fallimento di via Padova: "La convivenza? Impossibile"

Sempre meno italiani nella zona più multietnica di Milano Money transfer e cibi stranieri. E paura quando si fa sera

Nel fallimento di via Padova: "La convivenza? Impossibile"

Destra e sinistra pari sono. In via Padova la politica ha perso. Non c'è più e forse non c'è mai stata perché chi vive da queste parti sembra quasi non volerne più sentir parlare. «Via la Moratti, via Pisapia, via il sindaco, via tutti. Non basta una bicchierata per fare integrazione. E poi ogni volta che qui c'è un morto c'è la fila a farsi vedere...», mette subito le cose in chiaro un giovane sui trent'anni smettendo di smanettare sullo smartphone. Ha l'aria pacata ma dice cose durissime. Ed è una rabbia che arriva meglio: «Stamattina siete tutti qui, voi giornalisti, i poliziotti, prima è passata anche una troupe televisiva. Ogni volta le stesse domande e ogni volta il racconto non può che essere lo stesso. Non cambia mai nulla. Questa via è diventata uno zoo che ospita mondi diversi e ognuno fa vita a sè. No, non c'è la guerra ma la sera dopo una certa ora è meglio starsene in casa...». Punto.

Fine di un progetto che sognava di far nascere proprio qui un laboratorio di integrazione da esportare e che invece si è incartato nel destino di una periferia degradata come tante. Da piazza Loreto ad andare giù è come se si oltrepassasse una frontiera. E più si scende più la sensazione è quella di allontanarsi dalla città per entrare in una serie di mondi che con questa città c'entrano poco o nulla. Cambiano le insegne, i profumi, cambiano i cibi e anche i negozi con le cinesi che fanno i rammendi e tagliano i capelli nello stesso locale, con le lavanderie automatiche e i sudamericani in attesa del bucato, con i distributori automatici di cibi e bevande aperti 24 ore su ventiquattro, con le agenzie di viaggio che fanno biglietti per Perù, Cile ed Equador già scontati per Natale. Non basta la nuova pista ciclabile a tenere attaccata via Padova a Milano, non bastano i bus dell'Atm che vanno avanti e indietro, non bastano gli uffici dell'Anagrafe, qualche farmacia, le banche. E non basta neppure la bandiera della nazionale appesa ad un balcone per ricordare gli azzurri che giocano al Mazza. Gli italiani sono sempre meno e quelli che restano sono anziani, spesso soli e spesso impauriti. Via Padova fa sempre più storia a sè, un mondo che parla tante lingue diverse, che fa preghiere diverse e che mangia cibi diversi. Una cinquantina di nazionalità che si dividono strade, locali, negozi. Non sempre pacificamente. «È che non hanno alcuna intenzione di integrarsi - spiega Samuele Piscina, leghista, presidente del Municipio 2 che ha competenza su via Padova - la realtà è che la via è diventata un ghetto, una terra di nessuno dove ognuno vive con le proprie regole. Carabinieri, polizia, militari per me non fa differenza. L'importante è che si torni a presidiare e a far controlli. Ci sono tante attività commerciali, troppe non in regola e molte di facciata per lo spaccio e la vendita di alcolici. Abbiamo chiesto al Comune di poter incontrare la Polizia Municipale per spiegare, collaborare ma non ci è stato concesso...».

E la sera che fa più paura. Di giorno via Padova è viva, vivace, non sembra neppure una periferia degradata. «Sì è così - spiega un tassista che sta aspettando di cominciare la sua corsa nel posteggio all'angolo con via Cavezzoli -. Certo, non è il centro storico. È come Quarto Oggiaro, come il Gallaratese, né meglio né peggio, anzi. Però dopo una certa ora non ci vengo volentieri...». Dopo una certa ora si spengono le luci. Si abbassano le saracinesche dei tanti Money transfer che servono a chi vive qui per rimandare il denaro in patria e si chiudono le serrande dei supermercatini cinesi che hanno preso il posto dei panifici, dei macellai, dei salumieri che erano nati qui comprando in contanti muri e licenze. Via Padova si spegne e si trasforma, un po' dottor Jeckill e mister Hyde, nel terreno di caccia delle bande sudamericane. Qui comandano i Barrios, le pandillas salvadoregne, ma devono fare i conti con i Comando peruviani e con i Trinitario, i dominicani che arrivano da Qt8. Per questo la gente dopo una certa ora preferisce farsi i fatti suoi. Per questo in tanti sperano che tornino i militari che una volta c'erano ma che alla sinistra non sono mai piaciuti. «Milano non è Beirut» diceva Pisapia ma ora forse un po' lo è diventata. E così le camionette fanno meno paura a chi come Giuseppe Sala si è trovato a dover continuare un discorso sull'integrazione che in via Padova sembra finito in un vicolo cieco. «L'integrazione rimane l'unico metodo - insiste Mirko Mazzali di Sel, delegato alle periferie -. I militari vanno bene per i presidi fissi, l'ordine pubblico lo facciano poliziotti e carabinieri che sono addestrati per questo...». Il dibattito è aperto. Anche davanti ad un portone all'angolo con via Bambaia dove il portinaio di uno stabile ha appena finito di discutere con un ausiliario della sosta: «Volevano multare quell'auto ferma, ma è guasta - spiega -. Vengono qui a dare le multe, ma poi quando si tratta di controllare il casino che c'è non si vede nessuno. Il vero problema è che qui ognuno fa ciò che vuole...». Più o meno. Ognuno fa vita a sè e, nonostante tutto, c'è chi prova a far finta che sia tutto normale. Anche se il vero problema non sono le beghe condominiali, le foglie da spiazzare dal vialetto o i sacchi dell'umido e del secco da mettere fuori dal portone nei giorni giusti. Qui il problema vero è vivere e convivere. E' un'integrazione che è ancora tutta una scommessa. Probabilmente impossibile. Probabilmente persa.

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