La pandemia ha cambiato mentalità e abitudini, ora i pazienti scoprono la tecnologia in medicina

Gli italiani non sono più disposti a spostarsi lontano per farsi curare. Più della metà considera le prestazioni a distanza un vantaggio e uno strumento per risparmiare

La pandemia ha cambiato mentalità e abitudini, ora i pazienti scoprono la tecnologia in medicina

Meno disponibilità a spostarsi su lunghe tratte, meno contatto diretto tra medico e paziente, meno scetticismo verso le innovazioni digitali: il modo in cui gli italiani (ma non solo) si avvicinano alle cure mediche sta, di fatto, mutando. È quanto emerge dai primi risultati di uno studio realizzato da Boston Consulting Group «New Paradigm in Healthcare delivery» presentato ieri in anteprima al «Domusforum the future of cities» da Lorenzo Positano, Managing Director & Partner (BCG).

L'evento ideato e promosso da Domus e giunto alla quarta edizione è stato l'occasione per riflettere su come cambierà la vita privata, professionale e sociale alla luce della pandemia e delle grandi trasformazioni in atto. «Come ci cureremo» è stato l'interrogativo con cui si è aperto il dibattito internazionale. «Il paziente del futuro sarà curato sempre più vicino alla propria abitazione, lasciando negli ospedali i casi più complessi, ed integrando nuove modalità interazione, con i fornitori di servizi sanitari, sia di persona che digitali» ha spiegato Positano anticipando come saranno i sensori biometrici a dare il via al percorso di cura del paziente rivelandone i potenziali problemi di salute.

Si parte da una premessa che con la pandemia è radicalmente cambiata: se prima del Covid gli italiani erano abituati a percorrere lunghe distanze per potersi curare al meglio, ora non sono più disponibile a spostarsi e il 70 per cento preferisce essere curato in luoghi a bassa intensità di cura, lasciando agli ospedali i casi più gravi.

Ecco, quindi, che tra 3-5 anni il triage diventerà digitale indirizzando la persona allo specialista più adeguato. Costui poi prescriverà le terapie tradizionali (come quella farmacologica) alle quali si affiancheranno una serie di strumenti digitali utilizzati per monitorare svolgimento delle cure e relativi progressi. Oggi, dopo la drammatica esperienza del Covid, il 53 per cento dei pazienti considera la telemedicina molto importante. Non ci si aspetta che possa definire una diagnosi, ma il 90 per cento degli intervistati la considera uno strumento utile per non perdere tempo e risparmiare denaro, mentre per il 58 per cento rappresenta un modo complementare e sostitutivo delle visite di follow up.

Eppure, solo il 3,4 per cento dei medici italiani la utilizzano, un dato che ci pone comunque al di sopra della media europea del 3,1 per cento ma ancora inferiore a paesi come il Regno Unito (3,9 per cento) o la Francia (4,1 per cento).

Questo dimostra come, pur essendoci grandissime aspettative di crescita e di gradimento, la strada sia ancora piuttosto in salita nel nostro Paese.

Tra le principali criticità, in grado di rallentare lo sviluppo e renderlo rischioso per gli investitori, emerge la complessità normativa, poco chiara e troppo restrittiva, l'inadeguatezza delle infrastrutture digitali nazionali e la collegata difficoltà di far dialogare i dati con i processi clinici e una grande frammentazione del processo.

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