Pavia contro Novara, è sfida per lo «spartito» più antico

L'Università lombarda scopre un raro manoscritto del Mille. La Diocesi piemontese: ecco le nostre pergamene

Lucia Galli

Ci sono querelle che possono far bene alla cultura, se promettono di risvegliare l'attenzione sull'importanza della ricerca e sulla scarsità di risorse per portarla avanti. Accade, così, che, in un'estate caldissima, due belle notizie arrivino proprio dal fresco di due biblioteche quella universitaria di Pavia e dall'archivio della Diocesi di Novara - che, nel giro di poche settimane, hanno portato alla luce alcuni fogli di pergamena mai censiti, benché vecchi di quasi mille anni. Musica per le orecchie degli studiosi, anche perché di fogli musicali, con tanto di neumi, capostipiti delle nostre note, si tratta. Doppio eureka!, allora, per quel antico vello che riporta alcuni passi dell'antifonario, uno degli strumenti fondamentali della liturgia medievale. A Pavia la pergamena segreta ha fatto capolino durante i restauri di un tomo del 1628 a firma di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi. Se l'è ritrovata per le mani Alessandra Furlotti, uno studio di restauro a Milano e un incarico a Pavia grazie all'art bonus, che ha permesso all'università dell'antica Ticinum di avviare alcuni lavori di restauro sulle legature di tre libri seicenteschi, già a stampa. La pergamena manoscritta era stata usata come rinforzo nel risguardo (nella controcopertina ndr). Una pratica frequente nel passato dove anche della pecora non si buttava via nulla: per rinforzare libri spesso si usavano fogli di pergamena avanzati. Non è, quindi, raro fare scoperte di questo tipo. Il problema è avere soldini per mettere qualcuno a studiare, poi, il materiale. L'art bonus - su una donazione di 100 euro, 35 vanno alla ricerca, il resto ti ritorna come detrazione è spesso l'unico modo di procedere. A meno di non contare su volenterosi, ma sempre meno frequenti, studenti in paleografia, chini su codici, fra guanti bianchi e lampade di Wood, in attesa di una scoperta o almeno di una laurea. Anche il ministero, fan dell'art bonus, ha gridato, pure con troppo entusiasmo, alla scoperta di Pavia, ritenendo, in un primo tempo, quella pergamena di secolo XI-XII come una delle più antiche forma di graduale o di antifonario fino ad oggi conosciute. In realtà antifonari, provvisti di note, come questi, sono frequenti anche dal secolo X. In Italia, poi, pur provenienti dal mondo irlandese, si conservano vari capolavori del genere. Uno su tutti l'antifonario di Bangor del secolo VII, giunto via Bobbio all'Ambrosiana di Milano. A rispondere per le rime, anzi per le note, ecco Novara che ha estratto dagli archivi un foglio di antifonario che, secondo il direttore don Paolo Milani, data all'XI secolo, qualche decennio prima del collega pavese. Qui i neumi stanno in fondo alle parole e non in interlinea come a Pavia. Sul foglio di Novara si legge Benedictus, benedictus, come usa nelle antifone, mentre Pavia riporta la formula Factus est repente de celo sonus. Entrambi sono scritti in carolina, la grafia pop con cui Carlo Magno sognò di unire l'Europa anche sul filo del calamo. Di più: una prima analisi dimostrerebbe che la redazione del foglio pavese potrebbe essere stata fatta proprio nel novarese. Una suggestione in più per provare ad analizzare insieme i fogli. Così proporrebbe la Diocesi di Novara, mentre a Pavia si prepara un convegno a fine settembre in cui provare a raccontare un po' di più di questo antico foglio che è arrivato fino a noi attraverso i secoli.

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