Quando l'astronomo sbagliò e vide canali che non c'erano

Il direttore dell'Osservatorio di Brera Schiaparelli fu il primo a studiare il corpo celeste già nel 1877

Su Marte non c'è vita, ma c'è acqua. Le recenti spedizioni sul pianeta stanno ricostruendo, a colpi di missioni spaziali, la storia di questa fetta di cielo. Pardon, di questo punto rosso nella galassia. Stagioni impietose che trasformano l'inverno in mesi di ghiaccio sono la spiegazione ai depositi di sostanze acquose che si formano al disgelo. Il surriscaldamento terrestre ha arrestato i fenomeni naturali ancora attivi. Marte. Incontri ravvicinati con il pianeta rosso è il titolo della mostra, allestita al Museo della scienza e della tecnologia, aperta fino al 3 giugno (Orari: da martedì a venerdì 9.30-17, sabato e festivi 9.30-18.30. Biglietti a 10 euro) che offre straordinarie immagini di questo corpo celeste e alcune delle sonde spedite lassù per raccogliere reperti e capire i misteri di un astro che ha sempre evocato fantasie e stuzzicato l'immaginazione.

Esistenze inesistenti. Ma occhi rivolti sempre verso le frontiere irraggiungibili dell'universo. Come quelli di Giovanni Schiaparelli al quale l'anagrafe fece un tiro mancino. Lasciò a lui il nome di un evangelista e un profeta e ne regalò uno più adeguato a un astronomo - Celestino - al fratello che fece invece l'egittologo e fu così timido da lasciare postuma tutta la sua produzione editoriale, perché non amava i riflettori. Dei quali invece s'innamorò Elsa, figlia dello studioso dei faraoni e nipote dello scienziato, che divenne una stilista di moda. Ma questa è un'altra storia.

Le pupille di Schiaparelli arrivarono lontano ma furono tradite da una lingua straniera e illusioni ottiche. Era la notte del 23 agosto 1877 quando lo scienziato, allora direttore dell'osservatorio astronomico di Brera iniziò a scandagliare Marte. Sfruttandone la «grande opposizione» a terra e sole che ne consentiva uno studio più approfondito, puntò il telescopio verso quella meta lontana. Scrisse tre libri, tracciandone anche un'attenta cartografia, in parte nelle bacheche del museo. Vide - o gli sembrò di vedere - una fitta rete di strutture lineari e ingenuamente le chiamò «canali». Ne nacque una polemica planetaria. Galeotto però fu il traduttore. Canali divenne in inglese «canals» - cioè «manufatti artificiali» - invece che channels, ovvero «conformazione del territorio». L'americano Percival Lowell si schierò con Schiaparelli mentre l'italiano Vincenzo Cerulli gettò ombre sui canali del Maestro. Al teramano diedero ragione due inglesi, Edward Maunder e Alfred Wallace, quelle strisce non convincevano. Ci volle quasi un secolo per scrivere la parola fine. Nel 1971, il Mariner 9 pose fine alla disputa evidenziando una superficie desertica e arida punteggiata di crateri. Uno di questi prende il nome di Schiaparelli, ma ormai era ufficiale. I canali erano illusioni ottiche.

Le sonde sgombrarono il campo anche da un altro equivoco. Lassù non vive nessuno. Con i canali finivano al macero anche sogni di alieni in cerca di vendetta sui terrestri. Miti. Favole. O forse fole. Marte conserva nomi bellici in tutte le lingue antiche arrivate a noi. Il dio della guerra per i romani. Il corrispondente, Ares, per i greci. Il nume della distruzione e della morte, Nergal, per i babilonesi. Comunque sia, lassù non c'è nessuno.

SteG

Commenti