Un quartiere sotto choc: «Le sirene, poi il sangue Chiunque poteva morire»

«Meno male che era mattina presto, e che il sabato questa scuola è chiusa, altrimenti chissà come sarebbe andata a finire». La signora Sara indica le macchie di sangue ancora visibili sul marciapiede di via Passerini, proprio davanti al cancello della elementare «Vittorio Locchi». Lei abita soltanti qualche metro più in là. «Ero sveglia - racconta -, ho sentito le sirene ma all'inizio pensavo che qualcuno si fosse sentito poco bene. Poi alle otto sono uscita per accompagnare mio figlio a scuola, ho visto e ho iniziato a capire quelle che era successo». Quello è il punto dove poco più di sei ore prima Mada Kabobo, 31 anni, origine ghanese, ha ferito gravemente alla testa con un piccone un uomo di 50 anni, F.N., la seconda persona che si è trovato di fronte nel suo percorso di disperazione, di rabbia, forse di follia. Sicuramente di morte.
Da via Adriatico a via Monterotondo, con qualche deviazione: a occhio si tratta di meno di un chilometro, sufficiente a colpire alla cieca cinque persone. Tra cui il 40enne Alessandro, ucciso in piazza Belloveso, davanti al bar gelateria «del Rosso», di cui era abituale frequentatore. «Stavamo sfornando le brioches - raccontano, scossi, i gestori del locale - e avevamo ancora la saracinesca abbassata. Abbiamo sentito che stava succedendo qualcosa in strada, poi, quando l'abbiamo tirata su, e c'era quest'uomo a terra». «Lo vedevamo spesso seduto a questi tavolini, si beveva una birra, fumava il tabacco, una volta ci ha prestato l'accendino», ricordano ancora Davide e Marco, entrambi 18enni. Che sono stupiti: «È incredibile, Niguarda è una zona normale, magari ogni tanto capita una rissa, un furto, ma niente di più. Tra questo e un omicidio c'è una bella differenza. E alla fine poteva finirci in mezzo chiunque di noi, se solo si fosse trovato qua in quel momento».
Adesso il bar è aperto, in piazza Belloveso sembra un sabato mattina di sole qualunque. Ma, ovviamente, la gente del quartiere non parla che di questa terribile storia. «Qui al pomeriggio è pieno zeppo di bambini», dice ancora Enzo, indicando le altalene e i giochi nel parco che si trovano al centro della piazza. C'è un asilo accanto alla parrocchia S. Martino, e un nido giusto alle spalle, in via Monterotondo. Enzo abita proprio lì. «Da 40 anni, ho sempre pensato a questa come a una zona tranquilla, non siamo mica a Quarto Oggiaro. Però oggi verso le sette sono uscito e davanti casa c'erano i carabinieri che recintavano la chiazza di sangue. Mi sono sentito mancare».
Con lui c'è sua cugina, Sara Signorelli, e i suoi due figli, di sette e tre anni. «Una cosa così te l'aspetti magari in via Padova», commenta. E non nasconde la preoccupazione, acuita da un episodio che le è capitato qualche settimana fa: «Passeggiavo con i bambini, si è avvicinato un uomo, italiano, e ha cominciato ad aggredirmi verbalmente. L'ho ignorato e quello ha fatto un gesto come per aggredirmi. Allora mi sono avvicinata a una fermata e ho chiesto aiuto, per fortuna in quel momento è arrivato il bus. Ovviamente poi ho sporto denuncia, ma mi chiedo cosa stia succedendo al quartiere».

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