Quel grido uscito dal cuore e la lezione dei familiari

Quel grido uscito dal cuore e la lezione dei familiari

di Luca Doninelli

Funerali in forma privata per le vittime di un atto di follia. Al sindaco, fischiato, le scuse dei familiari: non eravamo noi, era il dolore che aveva preso il sopravvento su di noi. Una bugia straziante come il dolore, che è muto se non siamo noi a parlare; una bugia dolce, che racconta tante cose. Le scuse non basteranno mai, quei fischi erano veri. Il profilo basso era inevitabile, se non si voleva spostare l'asse verso discorsi che non c'entrano con questa tragedia. L'aggressore poteva essere di Vigevano, di Cosenza, di Arezzo. Non ci sono colpe: c'è solo il destino, e davanti al destino ci siamo noi, uno per uno. È accaduto e basta. Anche se sono in tanti a provarci, nessuno ha trovato ancora il modo di ipnotizzare il destino. Le famiglie colpite da questa disgrazia hanno dimostrato di capire questa realtà tanto semplice quanto scandalosa, e cioè che la vita non la facciamo noi, che noi non ci apparteniamo, e che un soffio di vento, una goccia d'acqua sono sufficienti a non farci esistere più. Il papà di un mio amico morì perché un chicco di riso gli era finito nella trachea. Ed era un insigne professore, stimato e temuto da tutti. Questo è l'uomo: per capirci qualcosa è necessario, prima, accettare.
Forse i fischi per il sindaco nascono dalla polemica di qualche giorno fa, quando i primi aggrediti dalla furia di Kabobo («quel povero diavolo che lo ha fatto anche perché era solo» - come ha detto il parroco di Niguarda davanti ai familiari di Ermanno Masini, che evidentemente concordavano con le sue parole coraggiose) non hanno pensato di chiamare subito le forze dell'ordine.
Perché non l'hanno fatto? Perché, semplicemente, non gli è venuto in mente. Hai voglia di scavare dentro le presunte intenzioni: non gli è venuto in mente, punto. Non sarebbe venuto in mente nemmeno a me, che come quei poveretti pago le tasse per mantenere, appunto, coloro che dovrebbero vigilare sulla sicurezza mia e di tutti i cittadini.
Nessuno ha nulla contro le forze dell'ordine, però, guarda un po', nel momento cruciale può succedere che non ti vengano in mente, che non ci pensi: intanto il folle continua a picconare, ne uccide tre.
Il fatto è che abbiamo tutti la testa piena di storie in cui la polizia arriva quando gli assassini si sono già dileguati, e i vigili del fuoco si decidono a uscire quando ormai l'incendio ha distrutto tutto quello che poteva distruggere. Eppure i cinema, la tv e le librerie pullulano di investigatori, ispettori, pastori tedeschi e commissari che risolvono i casi più intricati.
Dovremmo avere sviluppato un senso civico straordinario, invece non è così. Io non credo che questo pregiudizio negativo corrisponda alla realtà, però esiste. Da dove ripartire? Non direi dall'educazione civica. Direi piuttosto che occorre ripartire dalla dignità e dalla discrezione dei familiari di chi non è più tra noi. Occorre ripartire non dalle campagne di sensibilizzazione, ma dalla fiducia nella gente, dalla passione per chi è diverso da noi, quelli che chiamiamo «gli altri» talvolta senza più sapere bene ciò che questa parola significa. Abituiamoci a pensare che «gli altri» sono meglio di quello che crediamo.

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