La rivoluzione segreta delle donne Sufi nella mostra fotografica di Valeria Gradizzi

Con la sua mostra, Al-Batin/The Hidden, la fotografa veronese Valeria Gradizzi racconta la preghiera clandestina delle donne sufi, che si ribellano alle norme religiose del mondo musulmano per amare Allah

La rivoluzione segreta delle donne Sufi nella mostra fotografica di Valeria Gradizzi
©Valeria Gradizzi

È per il 18 settembre, a Milano, l'inaugurazione di Al-Batin/The Hidden, la mostra fotografica della fotografa veronese Valeria Gradizzi sulle donne sufi. Il Sufismo è una pratica mistica musulmana, in cui l'individuo ricerca la comunione col divino attraverso l'arte, la cultura e la danza, in particolare quella dei dervisci, che ruotano su se stessi a ritmo dei tamburi fino a raggiungere uno stato di trance. Il sufismo femminile è considerato illegittimo nel mondo islamico, per questo le donne sufi si ritrovano a pregare in segreto, conducendo una rivoluzione silenziosa.

Da sempre appassionata di fotografia, Valeria ha cominciato a scattare per sua madre ricoverata in ospedale, per mostrarle la casa che non poteva più vivere. Da lì ha coltivato il suo talento lavorando con fotografi del calibro di Giovanni Umicini e Ivo Saglietti. Ed è proprio secondo Saglietti che “la fotografia è un oggetto muto, che necessita di essere spiegato”. Per questo chiediamo direttamente a lei, a Valeria, di raccontarci il suo lavoro.

Come ti sei avvicinata a questo genere di fotografia e quali sono le immagini che più ti interessano?

Mi sono appassionata al genere del reportage grazie a un workshop con Ivo Saglietti, ma ho sempre cercato di impostare il mio lavoro più come un documentario. Spesso il reportage viene associato a immagini di sofferenza, di situazioni disperate. Io ne ho vista di disperazione, come sulle tombe di Sebrenica o nei campi profughi, ma non è questo che voglio mettere nelle mie foto, per mio gusto personale. È facile in certi luoghi scattare una foto che comunichi sofferenza, ma le immagini pesanti e sensazionalistiche non fanno parte di me.

E come sei arrivata a questa storia delle donne sufi? Che cosa volevi raccontare?

L'obiettivo era rappresentare le donne della mia vita, le donne che ho avuto e poi non ho avuto più. È a loro che è dedicato anche l'evento di stasera. Volevo raccontarle attraverso storie femminili di coraggio e di amore, e di storie così ce n'è tante, fatte da fotografi anche migliori di me o a volte anche un po' banali, quindi ho voluto cercare qualcosa di diverso. Così mi sono imbattuta in due righe scritte da una giornalista iraniana, Sara Iasi, che parlava appunto di queste donne sufi. L'ho immediatamente contattata e lei ha accettato di incontrarmi a Torino, dove mi ha raccontato di loro, ma mi ha anche detto che, pur sapendo della loro esistenza, non sapeva dirmi dove poterle trovare. E allora sono andata a cercarle. Ho aperto un crowdfunding e grazie al sostegno soprattutto di colleghi, amici e parenti, ho raggiunto la somma necessaria ad andare in Iran, dove sono stata quasi un mese, e poi in Turchia. Da lì sono dovuta andarmene perché ero stata fermata dai Pasdaran, ma nel frattempo sono riuscita a vedere molte cose. Nel cercare queste donne mi sono successe cose che altrimenti non ti capiterebbero mai nella vita. Anche perché loro si nascondono per davvero. Quasi tutte le foto che ho fatto le ho fatte in delle cantine e ho dovuto partecipare a moltissime preghiere, pranzi, cene e colazioni, rispondere a molte domande e assicurare di non essere una spia di Erdogan o un membro dell'ISIS, prima di riuscire a guadagnarmi la loro fiducia. E molte di loro alla fine non hanno mai voluto farsi fotografare.

Come funzionano questi incontri? Come pregano le donne sufi?

C'erano alcune differenze tra Iran e Turchia. In entrambi i Paesi le donne si danno appuntamento in ritrovi sicuri la sera tardi, dopo le 10.30, e gli incontri cominciano sempre con la preghiera islamica, perché sostanzialmente il Sufismo è una derivazione mistica dello Sciismo. In Iran però hanno anche un rito della vestizione. Si vestono l'un l'altra con una veste bianca, che poi coprono con un mantello nero, simbolo di tutto ciò che c'è di negativo nella vita terrena. Al partire della musica poi si liberano di questo mantello, quindi di questa negatività, e cominciano a danzare al ritmo dei tamburi. Si mettono in cerchio e cominciano ad alzarsi e abbassarsi gridando il nome di Allah e le dervisce iniziano a ruotare su se stesse, con una mano rivolta al cielo e una alla terra, in un crescendo che va aumentando seguendo le percussioni. Continuano fino ad entrare in trance e vanno avanti per almeno 45 minuti – io ero esausta solo a guardarle! – dopodiché si beve un tè tutte insieme e si torna a casa.

Perché queste donne si nascondono? Qual è la condanna nei confronti di ciò che fanno?

Non c'è una vera e propria condanna perché per la società queste donne sufi semplicemente non esistono. È come se nel mondo cattolico una donna si autoproclamasse vescovo nella propria cantina. Non è un ruolo a cui una donna può ambire. Una volta a Istanbul sono entrata in una libreria con un'amica e lei, vedendo un poster che ritraeva un derviscio, me lo ha indicato dicendo: 'Guarda un derviscio, ma è un uomo non una donna'. Per sbaglio lo ha detto in turco e il commesso della libreria, un ragazzo giovane, l'ha sentita e le ha risposto: 'Ma certo che è un uomo. Le donne dervisce non esistono'. Invece esistono, e se sono riuscita a trovarle io, un'italiana, sicuramente anche i Turchi e gli Iraniani sapranno della loro esistenza. Ma la negano.

Quindi qual è la storia di amore e coraggio femminile che queste tue foto raccontano?

Questa è la storia di donne che hanno il grande coraggio di andare contro a delle regole, regole che nell'Islam sono molto rigide, probabilmente all'insaputa delle loro stesse famiglie, e tutto solo per amore assoluto verso Dio, verso Allah. Fanno tutto questo solo per essere libere di amare Dio nel modo che ritengono più giusto e vero. Questo è un modo di amare tutto femminile. Assoluto e incondizionato.

Ora quale sarà il tuo prossimo lavoro? Intendi continuare con questo filone?

Io credo che la storia di queste donne sufi che lottano per aver riconosciuto un ruolo rappresenti l'inizio di un cambiamento che riguarda la religione in generale, per questo il mio lavoro proseguirà e guarderà anche altre religioni. Spesso non si pensa che le disuguaglianze sono molto forti anche negli ambienti religiosi, mentre lì sono anche più forti che altrove. Le lotte civili che le donne stanno intraprendendo nella società stanno toccando anche questa realtà, dove il cambiamento ha ancora più impatto. Ora vorrei raccontare questo cambiamento anche in altre religioni.

C'è qualcosa che hai visto che non hai voluto o non ha potuto immortalare? Qualcosa che c'è dietro le tue foto, ma che non potremo vedere alla tua mostra?

Ce ne sarebbero molte. Di sicuro ciò che non si può raccontare, né con un'immagine, né con un video, né a parole, è il momento in cui queste donne entrano in trance. Con i tamburi, la musica, le grida ad Allah... c'è un momento in cui non esiste più niente. È qualcosa che ti trasporta, il momento in cui ho pensato che Dio potesse esistere davvero. Questo è qualcosa che non si può mostrare, ma solo vivere.

Per info: https://www.valeriagradizzi.com/eventi-d

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