Università, donne e giovani i più penalizzati dal Covid

Lo studio del Politecnico sugli effetti della pandemia sul lavoro di ricerca che così diventa più individuale

La pandemia ha un impatto anche sul modo di fare ricerca e di conseguenza sul modo di vivere gli spazi universitari. Un gruppo di ricerca interdisciplinare del Politecnico, composto da Gianandrea Ciaramella, Alessandra Migliore e Chiara Tagliaro del Dipartimento Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito e da Massimo Colombo e Cristina Rossi-Lamastra del Dipartimento di Ingegneria Gestionale, ha raccolto le esperienze di 8.049 accademici (49% donne, 51% uomini, età media 51 anni) in tutta Italia tra luglio e settembre. Obiettivo: capire come il luogo influenzi il modo di lavorare e la produttività dei singoli. Quello che emerge è che i ricercatori universitari hanno modificato i propri modi di lavorare a causa della pandemia, in particolare in termini di organizzazione dello spazio lavorativo. In un fenomeno chiamato «Covid working». Le domande rivolte ai docenti riguardavano il modo di fare ricerca (individuale o collaborativo) e gli spazi utilizzati per svolgere le proprie attività, in quanto fattori abilitanti alla ricerca, nel periodo precedente la pandemia e dopo.

I dati mostrano un orientamento generale a impostare la ricerca in modo più individuale rispetto al periodo pre-Covid, quando era in sostanza collaborativa. Soprattutto i ricercatori afferenti ai settori scientifici delle Life Sciences e Physical Sciences and Engineering passano da un lavoro bilanciato tra ricerca individuale e collaborativa a una ricerca drasticamente più individuale (da una media di 4 volte a settimana in università a poco più di una). I ricercatori afferenti invece al settore Social Sciences and Humanities subiscono una «individualizzazione» meno drastica, essendo già abituati ad una attività di questo tipo.

In secondo luogo, con l'allentarsi progressivo del lockdown, si delinea uno scenario diverso nel rientro negli spazi universitari: emergono differenze di genere in termini di organizzazione degli spazi di lavoro. Al termine della prima ondata, infatti, la maggioranza delle donne ha continuato a fare ricerca da casa mentre gli uomini hanno ripreso maggiormente a utilizzare anche altri luoghi di lavoro: non solo l'università, ma anche spazi terzi come laboratori e biblioteche. Una tendenza che ha iniziato a delinearsi già durante la fase iniziale di restrizioni sociali molto severe. «Nell'ambiente accademico all'avanzamento di carriera corrisponde anche la possibilità di avere un ufficio personale: ecco quindi che in università, dove sono più gli uomini a fare carriera - spiega Alessandra Migliore - le donne si sono trovate penalizzate dal fatto di non avere un ufficio. In era pre-Covid usavano spazi condivisi più degli uomini, poi con il distanziamento si sono trovate in maggiore difficoltà a rientrare nel proprio luogo di lavoro abituale». I dati mostrano infatti come gli uomini, durante la progressiva riapertura dei campus, siano tornati più di una volta a settimana nei loro uffici, mentre le donne, con uffici prevalentemente condivisi, lavorano da casa più dei colleghi maschi (4-5 volte a settimana). I primi risultati mostrano come la ricerca stia diventando in generale più individuale (la percentuale di attività di ricerca collaborativa passa dal 42% pre Covid-19 contro il 31% attuale, mentre l'attività individuale cresce di circa il 10%) e come gli uomini, sia prima che durante il Covid-working, abbiano maggiore accesso ad ambienti di lavoro diversificati. Anche i giovani ricercatori hanno subito una diminuzione consistente della loro attività di ricerca collaborativa in una fase cruciale della loro carriera.

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.