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"Mio padre Ezra Pound è il vero erede di Dante"

La figlia centenaria Mary de Rachewiltz ricorda il poeta Ezra Pound: "Non è stato compreso perché etichettato come fascista"

"Mio padre Ezra Pound è il vero erede di Dante"

Siamo a Castel Fontana, o Castel Brunnenburg, Tirolo, nella provincia di Bolzano. Qui vive da sempre, o quasi, Mary de Rachewiltz: ha cento anni ed è la figlia di Ezra Pound, il quale nel 1958, quando tornò in Italia, venne qui a vivere per alcuni anni e qui mise mano alle ultime sezioni dei suoi Cantos, il poema considerato un capolavoro del Novecento letterario.

Mary, Suo padre Ezra Pound è uno dei poeti più citati oggi, non solo in Italia. Però ancora non è conosciuto né letto come dovrebbe.

"Eh, peccato. Fate qualcosa: leggetelo!".

Perché suo padre non è ancora conosciuto come si dovrebbe?

"Ma perché purtroppo gli si è appiccicata questa etichetta di fascista. È stato accusato di aver appoggiato il governo Mussolini, il regime. E poveretto, non aveva appoggiato niente invece, perché nessuno a quel tempo lo prendeva sul serio. Al massimo lo prendevano sul serio per giocare a tennis. Ma nessuno stava a sentire quello che diceva Pound... Figuriamoci leggere i Cantos. Un libro che non c'entra niente con la politica, ma solo con la poesia. Eppure il lettore italiano, almeno di un certo livello, dovrebbe subito capire la continuità con Omero. E poi scendemmo alla nave,/ e la chiglia tagliò il mare Divo/ Drizzammo l'albero e le vele della nave negra.... Insomma, avrete pure letto l'Odissea, o no? Sapete chi era Ulisse. Ma forse ormai si conosce solo l'Ulysses di Joyce, non crede?".

Forse neppure quello...

"Insomma, il mondo è diventato molto ignorante. E fra tutti gli ignoranti di questo mondo io mi alzo in piedi per prima dicendomi colpevole, perché vorrei sapere tante cose. Ma non riesco più a trovare le fonti giuste per informarmi. Non mi fido più di quello che la gente mi dice. Sono vecchia ormai, ho cento anni".

Lei ha cento anni, Mary. E ha avuto, e ha, una vita straordinaria.

"Straordinaria? Dice?".

Straordinaria, certo. Lei è poetessa, traduttrice. È una persona che ha attraversato la cultura italiana del Novecento. Ha incontrato scrittori, editori, intellettuali. E fra le cose più belle che ha fatto c'è sicuramente la traduzione integrale dei Cantos di suo padre. Cosa ha voluto dire per lei tradurre in italiano i Cantos?

"Era un piacere prima di tutto. Era una cosa interessante".

Perché?

"Perché avevo fatto le scuole solo fino alla quarta ginnasio. Quindi sapevo vagamente chi era Ulisse. Perché effettivamente le scuole italiane erano un po' labili a quel tempo... Leggendo i Cantos per tradurli ho dovuto imparare tantissime cose".

Cosa rappresentano i Cantos per la poesia del Novecento?

"E beh, cosa rappresenta il vero Ulisse, cosa rappresenta l'Odissea di Omero?".

Un classico.

"Certo. Un classico, appunto. E cos'è un classico? Lei come definirebbe un classico?".

Ci sono molte definizioni di classico. La più usata e abusata è quella che il classico è quel libro che puoi rileggere più di una volta, e ogni volta che lo rileggi ti insegna qualcosa di nuovo. Questo per i Cantos succede. Lei li ha tradotti. Qual è stata la più grande difficoltà?

"Dunque, li ho tradotti perché mio padre... Perché la vita di mio padre, poveretto, era proprio complicata. Perché aveva accanto tre donne tremende. Una peggio dell'altra. Tra mia madre, sua madre e Dorothy".

Dorothy Shakespear...

"Insomma, poveretto. Non ha avuto una vita facile. E in più, in Italia, è stato subito messo in un angolo perché era filofascista. Il fatto è che lui venne in Italia assieme a una sua zia americana, prima del fascismo. Lui amava l'Italia. Amava la cultura italiana. Amava Dante. Amava l'arte italiana. Amava Cavalcanti. E però gli hanno affibbiato questa etichetta di fascista. L'hanno messo in una luce per cui gli studenti lo capivano male. Io ho voluto tradurre la sua opera per rendergli giustizia".

Quando dopo la guerra suo padre fu arrestato, lo portarono negli Stati Uniti e nel 1946 venne internato nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washington: in quel momento Lei, Mary, aveva vent'anni. Andò in America a trovarlo, in ospedale intendo?

"No, non avevamo certo i soldi per andare in America, noi. Mia mamma non aveva il becco di un quattrino".

Quindi non l'ha mai visto in America, a St. Elizabeths?

"Sì, l'ho visto. Ci sono andata quando me lo sono potuto permettere io, quando ho potuto comprarmi un biglietto e andare con la nave. Perché costava meno andare con la nave che in aereo".

E che uomo trovò quando vide suo padre?

"Il solito padre. Che mi metteva il braccio sul collo e faceva finta di essere vecchio. E che io ero il bastone della sua vecchiaia. Ma il fatto è che aveva ancora un'energia notevole".

Che padre era Ezra Pound?

"Era un padre molto affettuoso, solo che ci siamo visti poco. Perché lui aveva questa complicatissima triade di donne. Mia madre, sua moglie Dorothy e sua madre Isabel. E fra le tre... Non andavano molto d'accordo. Non so da chi dovevo stare più alla larga...".

Nel 1958 suo padre viene liberato e torna in Italia. E si ferma per un certo periodo qui nel castello di Brunnenburg. Si ricorda quegli anni?

"Eh, certo che me ne ricordo. Non sono ancora svanita!".

Lo so, lo so bene. Lei ha cento anni ma è lucidissima. Ci racconti di quegli anni.

"Quegli anni? Beh, credo che mio padre fosse molto deluso dall'Italia. L'Italia gli ricordava la sua giovinezza e l'Italia fascista. Lo hanno fatto passare per fascista, dopo. Ma lui non era quel tipo di fascista. Lui amava Dante. Nel mezzo del cammin di nostra vita... E quando lui è arrivato nel mezzo del cammin della sua vita, a quarant'anni, sono nata io. Mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita...".

Suo padre la sapeva a memoria la Divina Commedia.

"Io non so ben ridir com'i' v'intrai,/ tant'era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai.... Mio padre aveva sempre sonno. Mio padre, se adesso entrasse da quella porta, non è che verrebbe qui a stringere la mano agli ospiti. Arriverebbe lì e si butterebbe su quel letto. Sdraiato. Però aveva un'energia tale che ha scritto un'opera capitale del Novecento. L'energia cerebrale porta via molta energia fisica. Credo che la gente non si renda conto di quanta energia fisica consumi il cervello".

Negli ultimi anni della sua vita Pound si chiuse in un silenzio quasi totale. Perché a un certo punto decise di non parlare più?

"Ma perché un uomo che scrive un libro del genere significa che ha già detto tutto. Non per offendere Dante... ma dopo la Divina Commedia, l'unica opera totale che mi viene in mente sono i Cantos. Sì, ci sono nel mezzo Robert Browning e tanti altri poeti. Ma insomma c'è Dante e poi per me c'è Pound... E infatti lui della cultura italiana amava Dante e Cavalcanti".

Cos'altro amava della cultura italiana?

"Gli piaceva il clima. Lui amava il caldo. Mi dicevano che qui a Brunnenburg lui soffriva il freddo. Non si trovava molto bene. Eh sì, non era il posto per lui. D'inverno soprattutto".

Mary, se un lettore italiano che non ha mai aperto i Cantos volesse leggerli, Lei prima di iniziare gli consiglierebbe di leggere qualcos'altro, oppure...

"Beh, no. Dovrebbe solo aprire la prima pagina.

E iniziare: Poi scendemmo alla nave,/ e la chiglia tagliò il divino mare,/ drizzammo l'albero e le vele della nave negra,/ a bordo portammo pecore e i corpi nostri/ carichi di lacrime, il vento in poppa/ ci avviò con panciute vele...".

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