Dopo 11 giorni di guerra la svolta di Netanyahu "Si al cessate il fuoco".

Telefonata tra Biden ad Al Sisi blocca l'impasse. Altri 300 razzi da Gaza, ma il premier si ferma.

Dopo 11 giorni di guerra la svolta di Netanyahu "Si al cessate il fuoco".

Gerusalemme. Dopo undici giorni di scontro spietato, brutta come tutte le guerre, si è conclusa anche questa: ieri sera alle 10,30 il gabinetto di sicurezza di Israele, dopo tre ore di riunione ha stabilito che oggi ha inizio un cessate il fuoco. Non contiene condizioni, non prevede accordi. Come si dice da due giorni, l'atteggiamento di appoggio di Joe Biden si è consumato nel dissenso della sua parte politica e nelle manifestazioni antisraeliane di questi giorni, e Benjamin Netanyahu, costretto ad apprezzare tuttavia la costanza con cui per parecchi giorni Biden ha garantito l'appoggio al diritto all'autodifesa di Israele, adesso ha ceduto alla logica dei buoni rapporti con quello che resta pur sempre il suo migliore alleato. Biden a sua volta ha spinto il presidente egiziano al Sisi, con una rara telefonata, a gettare tutto il suo peso nell'arrivare al passo conquistato ieri sera. E adesso ci siamo, anche se non è affatto sicuro che le cose andranno bene.
Hamas arriva al cessate il fuoco pompata di illusioni islamiste, convinta che la guerra, per quanto distrutta possa essere la Striscia, la rende il fiammeggiante vessillo della lotta antisraeliana in tutto il mondo che combatte la Guerra Santa contro l'Occidente e punta alla distruzione di Israele, come è scritto nella sua Carta. D'altra parte, è chiaro che Hamas in realtà ha ancora una volta, come nella guerra del 2014 usato la sua popolazione come una povera massa di ostaggi, usata con le sue case, le sue strutture pubbliche, la sua vita, per diventare il presidio labirintico di due milioni di persone che nascondono in realtà solo un disegno di guerra, spesso non loro, che è indispensabile distruggere per non esserne distrutti. Così, non c'è dubbio, Hamas ha perso: le sue case sono rovine, le sue armi sono distrutte, quasi tutta la leadership della Jihad Islamica è stata eliminata, quella di Hamas nascosta sotto terra o in fuga all'estero, impossibilitata a comunicare. La grande invenzione bellico-tecnologica delle gallerie sotterranee di Hamas è stata distrutta: solo domani, quando i capi potranno ispezionare il danno, vedranno che non esiste quasi più niente.
La domanda adesso, per Israele, è se il prezzo pagato da Hamas è sufficiente per garantire ai cittadini disperati dello Stato ebraico di poter interrompere i giorni e le notte nei rifugi, la pratica di strappare i bambini dal letto per metterli al riparo, di correre all'ospedale.
Ieri il finale è stato brutto, ancora pieno di sangue, esplosioni, rovine, per il Medioriente. Hamas ha bombardato furiosamente tutto il giorno. Ma ancora più brutto per il mondo intero, che non ha saputo fare altro che balbettare qualcosa di incerto sul diritto di autodifesa di Israele, senza andare al cuore dell'attacco terrorista che da 11 giorni impazza, privo di ragioni, parte del programma del delirio della sua Guerra Santa antisemita. La bandiera palestinese trasformata in simbolo di Hamas è diventata legittima mentre Hamas bombardava le case di Tel Aviv. Israele, sola, contentandosi del «diritto all'autodifesa», vuoto di condanne del terrorismo omicida di Hamas, ha seguitato a combattere per snidare i missili. In Israele almeno si è vista una delegazione di diplomatici europei, guidata dal ministro tedesco Heiko Maas, che ha visitato gli edifici colpiti dai mortai. Trasmesse dalla tv di Tel Aviv anche le immagini delle bandiere israeliane sventolate dal gruppo della Lega a Montecitorio.
Se Israele è riuscito a distruggere abbastanza delle armi e a eliminare i responsabili di Hamas, lo vedremo nelle prossime settimane. La situazione è delicata, difficile fare previsioni. La TFV israeliana chiede alla gente di restare vicino ai rifugi. Non è una festa di pace. È un obbligo, una necessità. Hamas ha speso la giornata, alla vigilia della tregua difficile e fragile, a gonfiare le penne lanciando 300 missili su tutto il Sud d'Israele dopo otto ore di intervallo, ha preso di mira le zone vicine coi missili più piccoli per lasciarsi i migliori per le ultime ore. Kipat Barzel, il sistema antimissile, ha sventato centinaia di morti.
Israele ha dimostrato grandi capacità di colpire, e di colpire nei posti giusti e nel momento giusto: tecnicamente ha vinto. Adesso occorre una strategia che la costringa a tenere il capo basso.
La responsabilità è anche adesso del mondo occidentale. La verità è che la doverosa presa di posizione per cui Israele ha «diritto all'autodifesa» è stata venata di un'ambiguità che si nota bene nel momento in cui, mentre i missili continuano a piovere, tale diritto non è stato più sostenuto. La gente d'Israele colpita, ha insistito lo stesso fino all'ultimo davanti alle rovine: non smettere, diceva a Netanyahu, finché le garanzie di silenzio non siano di lunga durata. Siamo pronti a sacrifici, ma non torniamo allo status quo concesso in questi anni permettendo l'ingresso di denaro e beni destinati a scopi umanitari e poi utilizzati da Hamas per costruire la sua sofisticata potenza militare.
Israele nonostante la pura aggressione d'odio e distruzione ricevuta ha accettato di nuovo la moderazione. Senza scortesie né a Biden né agli europei, seguiterà a usare il suo «sproporzionato» sistema di difesa. Sproporzionato davvero: dura da migliaia di anni.

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