Ankara, il giorno dopo la strage si segue la pista dello Stato Islamico

Uno dei due kamikaze potrebbe essere il fratello maggiore dell'attentatore suicida di Suruc

Ankara, il giorno dopo la strage si segue la pista dello Stato Islamico

In Turchia il giorno dopo è la giornata del dolore e del lutto, ma anche della ricerca delle responsabilità. A 24 ore dal doppio attacco kamikaze avvenuto davanti alla stazione ferroviaria di Ankara alla partenza di una marcia pacifista, il bilancio delle vittime si è aggravato e le prime indagini sembrano ricondurre allo Stato islamico.

Il partito di sinistra pro curdi Hdp, che era ampiamente rappresentato nel corteo di ieri, punta il dito contro il governo evidenziando che si tratta del terzo attacco che colpisce l'opposizione dopo quello del 7 giugno a Diyarbakir e del 20 luglio a Suruc. L'ultimo bilancio ufficiale è di 95 morti, ma l'Hdp ha riferito di 128 morti fra cui anche due suoi politici che erano candidati alle elezioni legislative del prossimo primo novembre. I feriti invece sono 508, di cui 317 già dimessi e 160 ancora in ospedale.

Sul fronte delle indagini sono emerse diverse novità. In primo luogo, dopo che ieri il primo ministro Ahmet Davutoglu si era spinto a ipotizzare possibili responsabili, facendo riferimento esplicito allo Stato islamico, ai militanti curdi del Pkk o del gruppo di sinistra Dhkp-C, oggi fonti della sicurezza turca hanno fatto sapere che i primi elementi raccolti portano tutti alla pista dell'Isis.

In particolare sono venuti fuori alcuni dettagli relativi ai due presunti kamikaze, uno dei quali secondo alcuni media sarebbe stato una donna. Il giornale pro governo Yeni Safak riporta che uno dei due attentatori kamikaze è stato identificato come un uomo di età compresa fra 25 e 30 anni; e il quotidiano Haberturk, citando fonti di polizia, riferisce che si sospetta che uno dei kamikaze fosse il fratello maggiore dell'attentatore suicida di Suruc. Sempre secondo questo giornale, il tipo di esplosivo utilizzato e la scelta dell'obiettivo dell'attacco sembrano far risalire a un gruppo nella sfera dello Stato islamico, noto come "Adiyaman ones", il cui nome si riferisce alla provincia di Adiyaman nel sudest della Turchia.

Stamattina migliaia di persone si sono radunate a piazza Sihhiye ad Ankara, vicino al luogo dell'attacco, per ricordare le vittime. Qui, però, sono scoppiati scontri con la polizia, che ha lanciato lacrimogeni e usato i manganelli nel tentativo di impedire alle delegazioni dei vari partiti politici e organizzazioni della società civile l'accesso alla piazza dell'attentato. Secondo quanto ha riferito il partito Hdp, dopo alcuni negoziati con le delegazioni la polizia ha infine aperto le barricate che aveva eretto, permettendo ad alcuni di passare per deporre dei fiori, ma nei tafferugli ci sarebbero stati dei feriti.

La tensione è molto alta: da ieri le proteste post attentato si sono dirette subito contro il governo, accusato di non avere garantito abbastanza protezione e, soprattutto, di non avere indagato a fondo sugli attacchi di Suruc e Diyarbakir. In entrambi questi casi precedenti pare che i responsabili fossero jihadisti addestrati dall'Isis e il metodo di Ankara, cioè una carica di tritolo rafforzata con palline d'acciaio in modo da aumentare le vittime, coincide con quello usato a Suruc, il che fa dire all'opposizione che si tratti del terzo caso di una guerra dei jihadisti turchi contro la sinistra pro curdi.

"Erdogan assassino" e "polizia assassina" sono fra gli slogan scanditi dalla folla, in piazza anche stamattina. Inoltre la dichiarazione di tre giorni di lutto nazionale dedicati a tutte le vittime del terrorismo, fra le quali rientrano anche soldati e polizia morti negli attacchi della guerriglia curda, ha contribuito a dare la sensazione che, anche nei momenti di dolore nazionale, il governo cerchi i voti dei nazionalisti in vista delle elezioni, che fonti dell'esecutivo riferiscono si terranno come previsto, senza rinvii.

In tutto questo l'esercito turco è tornato a compiere raid aerei contro obiettivi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel sudest della Turchia e nel nord dell'Iraq, nonostante ieri il Pkk avesse annunciato un cessate il fuoco unilaterale fino al 1° novembre per garantire condizioni di maggiore tranquillità in vista delle elezioni.