Condannate le jihadiste dell'evitata strage vicino Notre Dame

Un'intera cellula composta da cinque donne condannata per la fallita strage del 2016; la corte non si è fatta impietosire dal "passato burrasconso" delle due menti che elaborarono il piano

La corte parigina ha condannato le due jihadiste che avevano architettato il fallito attentato vicino Notre Dame a un totale di 55 anni, più ulteriori condanne per tre altre donne facenti parte della medesima cellula al femminile. Era la notte del 3 settembre 2016 quando Ines Madani e Ornella Gilligmann parcheggiavano una Peugeot 607 grigia, imbottita con bombole di gas, nei pressi in una strada parigina piena di locali e ristoranti, nono lontano dalla cattedrale di Notre Dame. La strage veniva evitata per miracolo, grazie a un dettaglio di non poco conto che mette in evidenza la poca preparazione delle due ragazze, ma certamente non ne ridimensiona la pericolosità.

Il piano era letale: serbatoio pieno, sei bombole del gas all'interno del veicolo cosparse di benzina, una coperta impregnata e una sigaretta accesa per incendiare tutto e far saltare in aria il veicolo. Sarebbe stata una strage. Fortunatamentente però le attentatrici avevano utilizzato la benzina diesel, molto meno infiammabile e non erano dunque riuscite a dar fuoco al mezzo.

Dopo un processo di tre settimane un tribunale parigino ha finalmente condannato la Madani e la Gilligmann rispettivamente a 30 e 25 anni di reclusione. Per i magistrati le due donne sono i "cervelli" di una cellula strutturata e con comprovati legami con jihadisti dell'Isis in Siria.

Assieme alla Madani e alla Gilligmann sono state processate e condannnate altre tre donne, Amel Sakaou, Sarah Hervouet (condannate entrambi a 20 anni) e Samia Chamel (condannata a 5 anni di reclusione). È la prima volta nella storia che la giustizia francese si trova a giudicare un commando jihadista di sole donne.

Durante il processo, Ines e Ornella (oggi 22 e 32 anni), hanno dato versioni opposte dei fatti, scaricandosi la responsabilità e facendo leva sul loro turbolento passato familiare. La Gilligmann ha addirittura dichiarato di aver sostituito il carburante per evitare la strage, ma la realtà dei fatti mostra ben altro.

Due jihadiste dai profili problematici

Indubbiamente la Madani e la Gilligmann sono due profili disagiati, con un passato familiare e sociale caratterizzato da violenza domestica, abusi, utilizzio di sostanze stupefacenti, crisi depressive, insomma, due target perfetti per i radicalizzatori. Ines Madani ha tenuto a raccontare della relazione conflittuale con la madre, della sorella partita per la Siria, di quando si è messa a studiare l'arabo e a portare il velo. Ornella Gilligman ha riferito di essere cresciuta senza padre e con una madre violenta, delle fughe da casa, dei piccoli furti.

La Madani ha indubbiamente avuto il ruolo chiave di propagandista e reclutatrice della Gilligmann. Il suo trascorso personale parla chiaro: 19enne all'epoca del fatto, quarta figlia di un autista di bus, profilo tipico di ragazza di strada, passata dal consumo di stupefacenti allo studio dell'Islam, veniva segnalata alle autorità dal padre, nel timore che le fosse venuto inmente di partire per la Siria dopo che una sua amica anch'essa adolscente aveva intrapreso quella via, unendosi al "Califfato". Ines aveva smesso di uscire e se ne stava rinchiusa tutto il giorno nella propria stanza, con le finestre chiuse, attaccata ad internet dove si registrava sui social con nominativi di jihadisti uomini per cercare donne da attirare al jihad. Le seduceva e le trascinava in un mondo malato fatto di false identità, finte promesse di matrimonio e deliranti indottrinamenti, arrivando persino a distorcere la propria voce durante le conversazioni telefoniche. Un'attività che le riempiva quel senso di vuoto che la affliggeva, come dichiarato da lei stessa durante il processo: "...non avevo granchè da fare con le mie giornate".

Ornella Gilligmann, passato caratterizzato da depressione e tre gravidanze con complicazioni, veniva avvicinata sul web dalla Madani, spacciatasi per un jihadista siriano di nome "Abu Suleyman". Le due arriveranno a scambiarsi più di 6 mila messaggi, nel corso di un'ossessiva relazione virtuale che porteranno Ornella e il finto "Abu Suleyman" ad addormentarsi e svegliarsi col cellulare in mano. Poi finalmente l'incontro in un bar della periferia parigina, ma al posto del jihadista si presenta la Madani, affermando di essere la sorella di "Abu Suleyman". Di lì a poco le due pianificheranno l'attacco.

La Gilligmann dal canto suo era già inserita negli ambienti jihadisti da ben prima dell' "incontro sentimentale online"; la ragazza aveva infatti legami con Hayat Boumeddienne, la compagna di Amedy Coulibaly, il killer del supermercato kosher del 2015, nello stesso giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo e la stava per raggiungere in Siria, ma la sua corsa finiva nel sud della Francia dove veniva arrestata assieme al compagno.

Il regista, il gran burattinaio dietro la cellula femminile, veniva identificato in Rachid Kassim, il franco-algerino che nel 2016 aveva rivendicato l' attacco di Saint Etienne du Rouvray, attacco nel quale veniva sgozzato padre Hamel. Il tribunale ha condannato Kassim all'ergastolo in contumacia, ma è altamente probabile che il terrorista sia deceduto in Iraq nel 2017 a causa di un bombardamento statunitense.

Il fenomeno del jihadismo femminile

Il caso della cellula femminile francese finita a processo è certamente singolare e storico, ma il coinvolgimento di donne nel jihad non è certo una novità e basta ricordare l'assalto dei terroristi ceceni al teatro moscovita "Dubrovka" nell'ottobre del 2002; nel commando erano infatti presenti gruppi di donne note come "vedove nere", ovvero familiari di jihadisti uccisi, presenti tra l'altro anche durante l'assalto alla scuola numero 1 di Beslan, nel settembre del 2004. Tra i volti noti del jihadismo femminile tra Russia e Caucaso settentrionale ci sono Naida Asiyalova (reclutatrice del jihadista e convertito russo, Dmitry Sokolov) e Amina Kurbanova, mogile di un jihadista daghestano, fattasi esplodere nell'agosto del 2012 a Makhachkala, all'interno dell'abitazione del maestro sufi Shaykh Afandi al-Chirkawi.

Un analista daghestano esperto di terrorismo nel Caucaso settentrionale che chiameremo "Khalid" ha illustrato al Giornale come l'utilizzo di donne in ambito jihadista possa essere rintracciato nei primi anni 2000 per mano di Arby Barayev che aveva addirittura filmato i preparativi per mandare sua cugina, Hawa, a schiantarsi con un veicolo imbottito di esplosivo e arrivando a utilizzare il video come strumento didattico per le future attentatrici suicide.

Un altro caso, più noto e recente, è quello di Samantha Louise Lewthwaite, conosciuta anche come "the white widow", cittadina britannica convertitasi all'Islam e unitasi al gruppo jihadista somalo al-Shabab.

Per quanto riguarda l'Italia, ci sono i casi di Maryam Rehaily, Alice Brignoli ma anche quello di Maria Giulia Sergio (arruolatasi nell'Isis assieme al marito albanese Aldo Kobuzi), nonchè di sua sorella Marianna Sergio, anch'essa ideologicamente legata all'Isis e arrestata mentre era in procinto di partire per la Siria assieme ai genitori. I Sergio somo risultati essere il primo intero nucleo familiare di convertiti e radicalizzati (seppur con modalità e livelli d'intensità differenti) a sua volta "agganciato" a un clan di albanesi già ampiamente radicalizzato e con presenze in Siria. Ruolo di primaria importanza per quanto riguarda la radicalizzazione delle sorelle Sergio veniva poi ricoperto dalla propagandista e reclutatrcie Bushra Haik, accusata di aver indottrinato centinaia di donne via web.

Commenti

dagoleo

Gio, 17/10/2019 - 10:08

ma poverine. delle così preziose risorse sprecate in questo modo barbaro ed incivile. se le mandate qui in Italia le facciamo eleggere in Parlamento sicuro.