Così Boko Haram continua a violentare l'Africa

L'ultimo episodio dell'orrore della setta islamista è avvenuto sabato nel villaggio di Baanu nello Stato del Borno, dove un commando di guerriglieri ha massacrato 56 persone

Così Boko Haram continua a violentare l'Africa

È la guerra della violenza assoluta, degli uomini immolati all'odio universale, della vita condannata a priori all'irrazionale edonismo del terrore empirico e costante. Lo jihadismo di Boko Haram continua a violentare l'Africa occidentale e l'ultimo episodio dell'orrore della setta islamista è avvenuto sabato nel villaggio di Baanu nello Stato del Borno, dove un commando di guerriglieri ha massacrato 56 persone. A darne la conferma è stato il governatore della regione, che ha così commentato l'episodio: "La crisi di Boko Haram è una calamità che ha colpito tutti noi. Gli insorti non fanno distinzioni tra cristiani e musulmani né hanno simpatie tribali. Nel villaggio di Baanu, hanno ucciso56 persone e i corpi delle vittime sono stati rinvenuti ovunque lungo le strade perché la gente ha dovuto correre in ogni dove per cercare una via di scampo".

Armati di kalashnikov e anche di armi bianche, a bordo di pick up e pure di moto, i marabutti dell'eresia hanno trasformato le piste sabbiose del nord del Paese in una terra di dolore senza scampo e di esecuzioni senza remissioni. La guerra avanza, la coalizione composta dalle truppe del Ciad, del Niger e del Camerun ha strappato 25 roccaforti a Boko Haram nei territori di quello che è stato ribattezzato il Califfato Islamico in Africa, ma nella sordida conta dei bollettini di guerra, le vittorie si alternano a sconfitte, come in un rosario della dannazione che non trova mai fine. Gli uomini dell'intelligence nigeriana, domenica hanno fatto sapere di aver arrestato 20 uomini facenti parte di Boko Haram e tra questi alcuni leader di cellule che pianificavano attacchi suicida e attentati. Non solo, un altro colpo che i servizi di sicurezza sono riusciti a infliggere alla formazione terroristica ha riguardato lo smantellamento di un laboratorio, nello stato del Borno, che produceva esplosivi, e il conseguente arresto dei due terroristi che gestivano la fabbricazione degli ordigni. “Un'azione senza precedenti”, sono state le parole del colonnello Sani Kukasheka Usman, in merito all'operazione.

Ma nelle stesse ore è arrivata anche la notizia che il gruppo jihaidista sta allargando il proprio raggio d'azione: sia all'interno dei confini nazionali; come ha spiegato Tony Opuyo portavoce del Dipartimento dei Servizi di Stato, che ha commentato: “La diffusione geografica degli arresti fa pensare che i militanti si stavano indirizzando dai loro soliti obiettivi nel nord-est verso altre aree del Paese”, ma anche in altre nazioni africane. Sono 200 infatti i miliziani nigeriani giunti a Sirte, in Libia, per sostenere lo Stato Islamico. La rete dell'orrore si espande, crea alleanza, abbatte ed erige confini e così, sulle piste del Sahara, tra le sabbie del Sahel, si muove l' “internazionalismo” nero col suo avveniristico obiettivo di un Califfato orfano di pietà e Storia, ma assuefatto a una volontà di odio senza concessione e fondato su tautologie di inesorabile dannazione. Nella regione però alcune nazioni hanno deciso di opporsi al gruppo nigeriano e di adottare la linea dura contro la jihad. In prima fila il Ciad. Il Paese, dopo essere stato vittima di attacchi suicida ha introdotto provvedimenti radicali per combattere l'esercito del terrore. Il Presidente Idriss Deby ha infatti prima vietato il niqab e poi ha ripristinato la pena di morte per reati legati al terrorismo e domenica sono state eseguite le sentenze capitali tramite fucilazione, contro dieci uomini imputati di essere affiliati al gruppo nigeriano e accusati di essere responsabili del duplice attentato avvenuto il 15 giugno nella capitale ciadiana. Di nuovo quindi sangue che chiama sangue e la sola evidenza rimane la morte: sia in nome di Allah che in quello della lotta al terrore.

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