Debray contro la nuova religione verde del clima

I cambiamenti climatici? Sono reali e vanno affrontati, ma non possiamo farli diventare una paura o terrore. È l'opinione del filosofo francese ed ex rivoluzionario Régis Debray

Debray contro la nuova religione verde del clima

Dall'utopia della rivoluzione marxista mondiale a quella "green": dall'internazionale socialista a quella dell'ansia. È il "secolo verde" raccontato, magistralmente, da Régis Debray nel suo nuovo, corrosivo, phamplet Le siècle vert. Un changement de civilisation appena uscito per Gallimard. Il filosofo francese che prese parte, insieme con una cinquantina di guerriglieri, al fallito tentativo di rivoluzione in Bolivia di Ernesto "Che" Guevara. Debray, che ha conosciuto da vicino le rivoluzioni e i suoi eroi, vede l'ascesa del climaticamente corretto come un nuovo paradigma di pensiero: l'ex compagno di guerriglia del "Che" teme che questo porterà a dimenticare la lotta di classe, la rivoluzione e la storia.

Per Debray, come riporta La Verità, "l'obiettivo non è più una società senza classi e sfruttatori, ma una senza carbone e rifiuti alla deriva. Il nemico principale non è più il padrone, ma il fumo della fabbrica". Niente più "rivoluzionari": ora si deve pensare al clima, alla natura e agli alberi: "Il rivoluzionario professionista, lo Spartaco su di giri che sognava di abbattere la baracca senza riflettere sul giorno successivo, sembra ora buono per lo psicologo. L'aspirazione generale va verso il soft, il light, il fun. Medicina dolce e tradizionale, indiana o cinese. Meditazione, silenzio, lentezza, spirito zen e piante medicinali" afferma.

Il filosofo, in un'intervista rilasciata a lavie, riflette sul mito dell'ecologia: "Idealizzare la natura non mi sembra promettente" osserva. Naturalmente, sottolinea Debray, "siamo tutti d'accordo sul fatto che dobbiamo limitare i gas serra o usare l'acqua con parsimonia quando ci laviamo i denti. Ma il culto del verde è un'altra cosa. Senza ricordare poi che, tra le prime leggi del nazismo, c'erano quelle sulla protezione degli animali". Il ritorno alla natura, dunque, deve incoraggiarci a riflettere: "Se guardiamo i documentari sugli animali, si vede come libertà, uguaglianza e fratellanza non prevalgono nella savana o nella giungla. Il grande elogio della foresta, della vita all'aperto può anche essere quello della forza. Cosa diventa dell'uomo in tutto questo?". Questo significa che il filosofo francese è un negazionista del clima? Uno scettico dei cambiamenti climatici?: "Ma per niente! Penso che il pericolo sia reale e ovviamente non nego i cambiamenti climatici. L'allarme è giustificato. Ma non puoi renderlo un terrore. E non dovremmo renderlo una religione" afferma.

L'opinione del filosofo francese non è affatto isolata. Se pensiamo a Greta Thunberg, come nota il politologo Alessandro Campi su Istituto di Politica, la causa perorata da quest’ultima è certamente nobile e grandiosa: la salvaguardia del pianeta contro il rischio – dato come imminente – della sua distruzione causata dai cambiamenti climatici. Come spiega il politologo, tuttavia, le posizioni che Greta sostiene in materia d’ambientalismo sono intrise, a dir poco, di un allarmismo che sconfina nel millenarismo di marca apocalittica. Una vera e propria religione verde. Che ha ben poco di scientifico.

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