Al fronte con i peshmerga

In prima linea con i combattenti a 300 metri dal Califfato. Non mancano gli "stranieri", tra cui "l'italiano" Ako

Al fronte con i peshmerga

Le postazioni curde sono incuneate in campo aperto e semi circondate dai villaggi controllati dallo Stato islamico. Dietro i sacchetti di sabbia il combattente peshmerga indica una specie di fabbrica abbandonata. “Siamo a meno di 300 metri dal Califfato” spiega con un pizzico di orgoglio. I cecchini ed i mortai sono invisibili, ma un drone che ci ronza sopra la testa cerca obiettivi jihadisti da colpire. A soli 20 chilometri da Mosul, la “capitale” irachena del Califfato, i combattenti curdi tengono con le unghie e con i denti il fronte nord. Da una trincea rafforzata con mattoni di cemento sparano raffiche di kalashnikov e mitragliatrice contro il nemico, che non risponde. “L’ultima trovata dei terroristi kamikaze è lanciarsi contro le nostre postazioni con i gipponi blindati americani Humvee imbottiti di esplosivo oppure dei camion corazzati da lastre d’acciaio che proteggono anche le ruote” spiega il generale Dedawan Bharsheed. Si tratta di almeno 250 chilogrammi di Tnt difficili da fermare. “Anche se centriamo il terrorista al volante con un cecchino lo fanno saltare a distanza con un radiocomando” sottolinea l’ufficiale. L’unico sistema è scavare enormi fossati attorno alle postazioni, come nelle guerre del Medioevo, per evitare che la bomba su quattro ruote si avvicini. “Aspettiamo con ansia le armi anticarro Folgore promesse dagli italiani, ma speriamo che non siano troppo obsolete. Abbiamo bisogno di un arsenale pesante e avanzato per contrastare quello ingente e moderno dello Stato islamico” ribadisce Dedawan.

Più ad ovest attorno al villaggio cristiano di Telleskef, liberato dai curdi, combattono i giovani di un’unica famiglia accorsi a difendere la “patria” da Olanda, Germania e Inghilterra. Non manca un peshmerga “italiano”, che ha lavorato per una decina d’anni come muratore a Lucera in provincia di Foggia. “Mi trovavo bene e conoscevo tutti dal sindaco ai carabinieri - racconta Ako, in divisa cachi - Prima di partire gli amici italiani mi hanno chiesto, ma chi te lo fa fare? La mia patria è in pericolo e lo Stato islamico è una minaccia mortale anche per voi in Europa”.

Il generale Abdul Rahman Kawriyni, veterano delle guerre contro i turchi e Saddam Hussein mostra le foto dell’ultima battaglia vicino al confine con la Siria. Sui telefonini i cadaveri dilaniati dai colpi dei combattenti jihadisti sono dei trofei. “Dai lineamenti non sembravano arabi - spiega l’ufficiale - Non avevano documenti, ma in tasca abbiamo trovato banconote in euro e telefonini con il menù in inglese. Venivano dall’Europa: il pericolo lo avete già in casa”.

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