Giappone, condannato a morte ragazzo che uccise 19 disabili

L’imputato aveva perpetrato uno dei più sconvolgenti massacri nella storia giapponese, giustificandolo in nome del “bene della società”

Un tribunale giapponese ha condannato a morte un trentenne, Satoshi Uematsu, giudicato colpevole di avere pugnalato a morte diciannove persone disabili accudite in una casa di cura di Sagamihara, città situata nei pressi di Tokyo. Il ragazzo, che andrà incontro all’impiccagione, aveva perpetrato tale strage nel 2016, rendendosi artefice di una delle più sconvolgenti uccisioni di massa nella storia nipponica. Egli era un ex dipendente di quella struttura assistenziale per non-autosufficienti.

Secondo la ricostruzione dello spargimento di sangue fatta dalla Bbc, Uematsu, il ventisei luglio di quattro anni fa, guidò fino alla casa di cura Tsukui Yamayuri avendo con sé numerosi coltelli. Egli sarebbe quindi entrato nel centro per disabili rompendo una finestra, dopo di che avrebbe preso a pugnalare uno ad uno gli ospiti della struttura, che in quegli attimi stavano ancora dormendo nei letti delle loro camere.

La furia omicida del trentenne avrebbe alla fine causato appunto la morte di diciannove innocenti, con età che andavano dai diciannove ai settanta anni, oltre che il ferimento di altri venticinque individui. L’assassino avrebbe poi concluso la sua pazzia consegnandosi spontaneamente alla polizia.

Qualche mese prima di mettere in atto la strage, il ragazzo, a detta dell’emittente britannica, aveva manifestato alle autorità nipponiche l’intenzione di perpetrare violenze contro i connazionali non-autosufficienti. Egli, sempre prima di compiere la strage, aveva addirittura spedito al governo di Tokyo una lettera in cui dichiarava di essere pronto a eliminare almeno quattrocentosettanta disabili e si esprimeva a favore dell’introduzione dell’eutanasia per questi ultimi.

Nonostante tali sintomi della pericolosità sociale di Uematsu, le istituzioni giapponesi lo hanno lasciato a piede libero, consentendogli così di attuare il massacro di Sagamihara.

Relativamente allo svolgimento del processo conclusosi ieri con la condanna a morte dell’assassino, il trentenne, sottolinea il network d’Oltremanica, non aveva mai espresso, davanti ai giudici della Corte distrettuale di Yokohama, alcun pentimento per avere assassinato diciannove persone indifese.

Fin dalla prima udienza, l’imputato non aveva minimamente tentato di smontare le accuse avanzate contro di lui dagli inquirenti, dichiarandosi al contrario costantemente colpevole della strage avvenuta nella casa di cura.

Egli aveva più volte evidenziato ai giudici e all’opinione pubblica nipponici l’utilità della sua follia omicida contro dei disabili, affermando infatti di avere ucciso “per il bene della società” alcune persone “che non avevano alcun diritto umano”.

Gli avvocati del trentenne, rimarca l’organo di informazione londinese, avevano finora provato ad alleggerire la posizione processuale del loro assistito segnalando che quest’ultimo non era imputabile perché malato di mente. Sempre in base alla tesi difensiva, Uematsu non poteva essere indagato e condannato per quel massacro anche a causa dello stato di alterazione psichica, dovuto ad abuso di droghe, di cui egli era vittima mentre accoltellava gli ospiti della struttura assistenziale.

I giudici, infliggendo l’impiccagione al giovane, hanno tuttavia accolto interamente la versione della pubblica accusa, che faceva leva sulla piena capacità di intendere e di volere dell’indiziato e sulla messa in evidenza della portata “disumana” della strage, ossia su due elementi che si sono rivelati determinanti per non fare concedere alcuna attenuante al ragazzo.

Uematsu, nel corso del processo, aveva dichiarato con insistenza, ricorda la Bbc, di non volere fare appello contro la sentenza della Corte distrettuale di Yokohama, qualunque fosse stata l’entità della pena decisa a suo carico.

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Commenti
Ritratto di Gianfranco Robert Porelli

Gianfranco Robe...

Mar, 17/03/2020 - 11:45

Se lo condannavano dopo il terzo omicidio, si saltavano 16 vite umane. Gli assassini seriali sono un pericolo pubblico... Come certi magistrati italiani.