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L'Isis ringrazia l'Occidente: "Con il pagamento dei riscatti ​abbiamo intascato 45 milioni"

Spesso a versare sono aziende private che preferiscono tenere segrete le transazioni. Ma anche i governi europei (tra cui quello italiano) sono sempre pronti ad aprire il portafoglio

L'Isis ringrazia l'Occidente: "Con il pagamento dei riscatti ​abbiamo intascato 45 milioni"

Le milizie dello Stato islamico si (auto) finanziano depredando i territori che controllano. Una strategia che potrebbe rivelarsi non sostenibile a lungo termine e diventare un punto debole nella struttura dell’organizzazione islamista. Tanto che, come rivela un rapporto della Fatf-Gafi, organizzazione intergovernativa per la lotta al riciclaggio di denaro, il pagamento dei riscatti è diventato una delle principali fonti di approvigionamento. Nel giro di pochi mesi, infatti, sono stati raccimolati circa 45 milioni di dollari. E i miliziani dell'Isis non possono che rigraziare governo, come quello italiani, che sono sempre pronti ad aprire il portafogli.

Al canale principale di finanziamento, se ne aggiungono altri minori, tra cui diventa sempre più importante il supporto fornito dai foreign fighter. I circa 15.500 combattenti che si sono uniti allo Stato islamico (50 gli italiani) non danno infatti solo il loro contributo "umano" sul campo, ma hanno anche un crescente ruolo nel finanziamento, attraverso raccolte fondi che organizzano nei loro Paesi di origine e contributi da parte delle diaspore. L’Isis genera, inoltre, "sostanziali guadagni dai pagamenti di riscatti per persone rapite", soprattutto cittadini occidentali. "Dare cifre esatte - sottolinea la Fatf - è molto difficile". Anche perché spesso a versare i riscatti sono aziende private che preferiscono tenere segrete le transazioni, ma le stime fornite dai Paesi membri oscillano tra i 20 e i 45 milioni di dollari dall’inizio delle attività del gruppo islamista.

Sul fronte dello sfruttamento del territorio perde importanza il ruolo del petrolio nell’economia dello Stato islamico. Nonostante la forte presenza nella Siria orientale e nel nord dell’Iraq garantisca loro il controllo di numerosi grossi giacimenti petroliferi, rileva sempre la Fatf, i terroristi dello Stato islamico "non riescono a gestire efficacemente questi asset per mancanza di personale e di competenze tecniche". Il gruppo continua comunque a generare profitti dalla vendita del greggio ad attori locali, a un prezzo inferiore a quello del mercato legale, e dal contrabbando tramite intermediari che lo trasportano e rivendono al di fuori del territorio controllato dall'Isis. "Interrompere questi flussi di finanziamento - sottolineano gli esperti dell'anti riciclaggio - è un elemento cruciale nella lotta contro il terrorismo islamista".

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