Usa, Trump premiato nei sondaggi dalla linea dura sull'immigrazione

Il consenso degli elettori Usa al presidente Trump aumenta, specie tra gli ispanici, dopo un mese di aspre polemiche in materia di immigrazione

Usa, Trump premiato nei sondaggi dalla linea dura sull'immigrazione

Il “pugno duro” contro l’immigrazione clandestina del presidente Donald Trump, che il mese scorso ha innescato una furibonda campagna di protesta da parte dei suoi oppositori, è valso all’inquilino della Casa Bianca un robusto aumento del consenso, specie tra gli elettori ispano-americani.

La controversa separazione forzata delle famiglie di immigrati clandestini al confine degli Stati Uniti, ordinata il mese scorso dal dipartimento di Giustizia Usa, e revocata dopo alcune settimane dal presidente Trump, doveva essere il “momento Katrina” dell’inquilino della Casa Bianca, l’inizio della fine del suo fenomeno politico-elettorale. Lo aveva sostenuto per settimane buona parte del circolo mediatico statunitense, convinto che la martellante campagna politico-mediatica contro le politiche presidenziali in materia di immigrazione avrebbe definitivamente negato a Trump il sostegno dell’elettorato Usa, proprio a ridosso delle imminenti elezioni di medio termine. Una riedizione, dunque, di quanto era accaduto al presidente George W. Bush nel 2005, dopo la sua maldestra risposta all’uragano Katrina. I media Usa avevano già auspicato un “momento Katrina” per il presidente in carica lo scorso anno, dopo l’uragano abbattutosi sulla bancarottiera Portorico. In quell’occasione l’accostamento tra le presunte difficoltà di Trump e quelle del suo predecessore Bush non avevano portato fortuna agli oppositori dell’attuale presidente; i sondaggi pubblicati negli Usa la scorsa settimana dimostrano che anche le polemiche sull’immigrazione, anziché indebolire Trump, lo hanno rafforzato sul fronte dei consensi. Stando alla media dei sondaggi Usa curata da Real Clear Politics, all’inizio di questo mese l’operato del presidente ha incassato il sostegno del 43 per cento degli elettori Usa, vicino ai massimi registrati dopo le elezioni presidenziali del 2016, nonostante la perdurante campagna mediatica sulla presunta “collusione” tra Trump e la Russia di Vladimir Putin. Il tasso di disapprovazione dell’inquilino della Casa Bianca è invece calato al 52 per cento; entrambi i dati segnano un sensibile miglioramento rispetto all’inizio della polemica del mese scorso sulla separazione dei minori al confine meridionale degli Stati Uniti.

Il dato davvero sorprendente, però, è quello relativo al consenso goduto dal presidente Usa tra gli elettori ispano-americani. Stando all’ultimo sondaggio effettuato da Harvard Caps e da Harris Poll, il mese scorso il tasso di approvazione del presidente Trump presso l'elettorato ispanico è aumentato addirittura di 10 punti percentuali. Il dato non implica necessariamente che la minoranza ispanica appoggi con entusiasmo il “pugno duro” di Trump in materia di immigrazione. La dinamica fotografata dalla rilevazione demoscopica dimostra piuttosto che gli ispanici sono elettori ordinari, interessati anche e soprattutto ai buoni risultati conseguiti dall’amministrazione presidenziale su fronti come quello economico e occupazionale. Tale rivelazione pare eludere la Sinistra Usa “di lotta”, che ormai da anni si è votata a una visione riduzionistica della realtà basata sull’esasperazione delle contrapposizioni razziali. Dopo le elezioni presidenziali del 2016, e l’inattesa disfatta di Hillary Clinton ad opera del “deplorevole” Donald Trump, il Partito democratico si è appiattito sulla linea ideologica delle sue frange più estreme, e rischia proprio per questa ragione di rimediare una sconfitta anche alle prossime elezioni di medio termine, dopo aver eroso in pochi mesi il vantaggio attribuitogli dai sondaggi sul Partito repubblicano.

Mai come nell’ultimo mese la deriva estremista del Partito democratico – e di parte dei media statunitensi, che Trump non manca di additare come la vera opposizione al suo governo – ha trovato espressione più esplicita e drammatica. I Democratici hanno esultato per la vittoria della 28enne socialista di origini portoricane Alexandria Ocasio-Cortez, candidata alle primarie di partito nel distretto newyorkese che include i quartieri di Queens e Bronx; un voto cui però ha preso parte appena il 13 per cento degli iscritti al Partito democratico locali. Una sfilza di esponenti democratici di alto profilo, dal sindaco di New York Bill de Blasio alla senatrice Elizabeth Warren, sono balzati sul carro della candidata 28enne, e ora chiedono apertamente l’abolizione della Immigration and Custom Enforcement (Ice), agenzia responsabile dell’esecuzione delle politiche in materia di immigrazione, nonché del sequestro di armi, droga e altre merci che attraversano illegalmente il confine Usa. Lo scorso anno l’Ice ha arrestato 32.958 immigrati clandestini con precedenti di natura penale, inclusi circa 5mila membri di bande criminali latinoamericane, come la famigerata e sanguinaria MS-13. L’agenzia, paragonata a una “organizzazione terroristica” da un candidato del Partito democratico, ha sequestrato sempre nel 2017 1,2 tonnellate di fentanyl, l’oppioide sintetico che è tra i primi responsabili dell’epocale crisi della tossicodipendenza che imperversa da anni negli Usa.

La senatrice democratica Maxine Waters ha minacciato apertamente i membri dell’amministrazione Trump, dopo gli episodi di contestazione violenta che questi ultimi hanno subito nelle ultime settimane presso esercizi pubblici, e addirittura di fronte alle loro abitazioni. “Se vedete un membro qualsiasi del governo in un ristorante, in un grande magazzino, a una stazione di servizio, quel che dovete fare è uscire lì fuori e creare una folla (di contestatori)”, ha detto Waters durante un comizio dieci giorni fa. “Respingeteli. Ditegli che non sono più i benvenuti, in nessun luogo”. La stampa Usa, anche la più autorevole, ha sposato con entusiasmo la stessa deriva: la nota opinionista della “Washington Post” Jennifer Rubin, ad esempio, si è detta compiaciuta delle molestie subite dalla portavoce della Casa Bianca Sarah H. Sanders; intervistata dall’emittente Msnbc, l’opinionista ha dichiarato che essere membri dell’amministrazione Trump dovrebbe costituire una “condanna a vita”. Un’altra autrice e giornalista, Michelle Goldberg del “New York Times”, ha accusato il giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy di aver “tradito l’America” per la sua decisione di andare in pensione a 81 anni, consentendo così al presidente Trump di eleggere il suo successore.

Per i Democratici, insomma, pare giunto il momento di “giocare sporco”. E’ questo, del resto, il titolo del nuovo libro pubblicato dal politologo David Feris (“It’s Time to Fight Dirty: How Democrats Can Build a Lasting Majority in American Politics”), che sollecita la Sinistra Usa a muoversi con spregiudicatezza per riappropriarsi del potere politico in maniera permanente. “Politico” sintetizza così il contenuto del libro, in un articolo agiografico che ne sposa la linea: “Garantire il rango di Stato a Portorico e Washington Dc, e dividere la California in sette Stati, con l’obiettivo di aggiungere 16 democratici al Senato”. Ancora: “Espandere la Corte Suprema e le corti federale, saturarle di giudici progressisti. Introdurre distretti elettorali plurinominali per la Camera”. E inoltre: “Approvare una nuova legge sul diritto di voto, che includa una registrazione nazionale automatica dei votanti, il diritto di voto per i criminali condannati e la fine delle leggi sulla verifica delle identità dei votanti”. E soprattutto: “Garantire la cittadinanza a milioni di immigrati privi di documenti, creando una schiera di nuovi elettori di orientamento democratico”. Secondo Feris, “i Repubblicani hanno sempre temuto che l’immigrazione avrebbe cambiato il volto della società americana. I Democratici dovrebbero ricompensarli realizzando il loro incubo”. In questo incredibile programma sta la sintesi di quanto promosso ormai apertamente da una parte significativa del Partito democratico statunitense; anche a costo di rinunciare alla “maggioranza silenziosa” dell’elettorato Usa.

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