Vent'anni fa il massacro di Srebrenica

Da quel tragico 11 luglio 1995 il tempo non ha rimarginato le vecchie ferite, ma ne ha aperte anche di nuove, e profonde

Vent'anni fa il massacro di Srebrenica

Il tempo tutto guarisce, si dice. Ma a volte può anche peggiorare le cose, come nel caso di Srebrenica e delle sue vittime. A vent'anni da quel tragico 11 luglio del 1995, qui il tempo non ha rimarginato le vecchie ferite: 136 corpi riesumati dalle fosse comuni nel 2014 saranno seppelliti sabato nel cimitero di Potocari, alla presenza di 50mila persone e 85 tra Capi di Stato e di Governo, compreso Bill Clinton. Degli 8372 dispersi, scomparsi nel luglio del 1995, 7057 sono i riesumati da un'ottantina di fosse comuni, dette “secondarie” perché i cadaveri vennero messi qui dai militari serbo-bosniaci in un secondo momento, a guerra finita, per tentare di occultare le prove del massacro. Tanti mancano ancora all'appello, e non si smette di cercare perché chi non ha trovato traccia dei propri famigliari non ha intenzione di arrendersi. Proprio come Razim Nukic che dal 1999, data del suo ritorno nel villaggio di Kamenica, ha svolto la macabra attività di “cacciatore di ossa”: cercava il padre e il fratello minore nei boschi intorno a Srebrenica, ma era come cercare un ago in un pagliaio perchè non c'era giorno che non tornasse a casa con qualche resto umano. Così Razim è diventato uno dei più validi collaboratori dell'Istituto bosniaco per la ricerca dei dispersi: grazie a lui 300 vittime del genocidio hanno finalmente un nome e un loculo. Quest'anno anche Razim potrà piangere su una tomba: qualcuno ha ritrovato i resti di suo padre, ma la sua ossessiva ricerca non è terminata: “Continuerò a cercare mio fratello e quello che rimane di mio padre, fino alla fine dei miei giorni”.

Il tempo con Srebrenica è stato impietoso: non solo non è riuscito ancora a dare la pace eterna alle sue vittime, non solo non è stato in grado di rimarginare le vecchie ferite, ma ne ha aperte anche di nuove, e profonde. Mercoledì scorso la Russia ha posto il veto su una risoluzione presentata dalla Gran Bretagna per ribadire la condanna delle atrocità di Srebrenica e rafforzare la prevenzione del genocidio in tutto il mondo. La Serbia ritiene questo documento un'umiliazione, perchè ancora non accetta che questa strage sia stata classificata come “genocidio” da ben due tribunali internazionali, la Corte Internazionale di Giustizia e il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia (ICTY). “Furono risparmiate le donne e i bambini di età inferiore ai dodici anni” ci riferisce Sinisa Mihailovic, editor della Radiotelevisione della Repubblica Srpska “non si trattava di un disegno sistematico per far scomparire un popolo, ma della necessità di difendersi”. Così il presidente della Serbia Tomislav Nikolic ha deciso che non parteciperà alle celebrazioni per il ventennale e non perchè non sia pronto ad inginocchiarsi di fronte alle vittime musulmane, ma perchè non ha intenzione di essere il solo a farlo: non accetta che Bakir Izetbegovic (esponente musulmano della presidenza tripartita bosniaca) “non faccia lo stesso a Kravica, Bratunac e in altri luoghi”. Anche il presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, non sarà presente alla commemorazione perchè ritiene il genocidio di Srebrenica “una menzogna”. Più morbido il premier serbo, Aleksandr Vucic, che ha deciso di esserci perchè vuole avviare il percorso verso la riconciliazione, ma rifiuta comunque la definizione di genocidio.

E lo scorrere del tempo non solo riporta alla ribalta divisioni vecchie sulla guerra nei Balcani, con la Russia schierata con i serbi di Bosnia e di Serbia, e i Paesi occidentali con i musulmani bosniaci. Perchè con il passare del tempo si declassificano i documenti e vengono a galla nuove e gravi responsabilità che riguardano l'Occidente. Un'inchiesta realizzata dal domenicale britannico The Observer spiega che il massacro dei serbi sui musulmani di Srebrenica, all'epoca zona protetta dall'Onu, fu consapevolmente ignorato da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il diplomatico Usa Robert Frasure riferì a Washington che "Milosevic non avrebbe accettato una mappa dell'accordo di pace che non comprendesse la cessione ai serbi delle aree sicure” e il suo capo, Anthony Lake, il consigliere Usa per la Sicurezza nazionale, accettò la revisione della mappa in cui veniva ceduta Srebrenica, tanto da invitare le truppe Onu a "ritirarsi dalle posizioni vulnerabili, ossia dalle aree sicure". E Francia e Regno Unito accettarono, convinte che le aree protettee fossero "indifendibili". E mentre le truppe di Mladic avanzavano su Srebrenica, la Cia seguiva la strage quasi in diretta. Una volta conquistata la città, come ha raccontato al quotidiano britannico il generale Van der Wind del ministero della Difesa olandese, "le Nazioni unite fornirono 30mila litri di benzina, usati dai serbi per portare il loro bottino ai campi di massacro e per nascondere i cadaveri nelle fosse comuni".

Ma per fortuna il tempo porta anche consiglio, infonde negli animi il coraggio del domani e aiuta così a creare lo spazio per un futuro diverso in cui, al di là delle polemiche vecchie e nuove, cose simili non capitino più a nessuno. Per questo l'11 luglio 7mila persone si sdraieranno di fronte al Parlamento di Belgrado, proprio in Serbia, per ricordare le vittime di Srebrenica. L'iniziativa è stata del giornalista serbo Dusan Masic che ha lanciato una campagna su Twitter sulla scorta di una manifestazione degli studenti di Zagabria che l'anno scorso, in solidarietà coi 147 studenti massacrati in Kenya, si sono sdraiati davanti al teatro nazionale croato per alzare l’attenzione sul crimine avvenuto. E ancora, il 12 luglio al Teatro Nazionale di Sarajevo si terrà un Concerto per la pace: protagonista la Filarmonica della Scala, su iniziativa dell'Ambasciata italiana. Saranno presenti tutti, anche le autorità serbe, e questo è un traguardo diplomatico per il nostro ambasciatore a Sarajevo Ruggero Corrias: “La gente vuole superare frizioni, vuole guardare al domani. Ed è proprio grazie al desiderio di pace del popolo bosniaco che si stanno superando le contrapposizioni politiche e ci si sta avviando in direzione Europa, per costruire il futuro della Bosnia”.

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