Montesano in missione per far ridere

«Nojo vulevan savuar ancor» la storica frase di Totò diventa pretesto per il varietà

Ferruccio Gattuso

Una missione, oltre che uno spettacolo: Enrico Montesano torna sul palcoscenico per ricordare al pubblico, ma soprattutto al suo mondo, per l'appunto quello dello spettacolo, che la tradizione e la storia del varietà sono un patrimonio da conservare, cullare e rinnovare.
Al Teatro Manzoni - dall'1 al 27 novembre (feriali ore 20.45, festivi ore 15.30, bigletti 28-30 euro) - approda Nojo vulevan savuar ancor, scritto dallo stesso mattatore romano insieme ad Enrico Vaime e Adriano Vianello: l'interprete di infinite maschere della società e del costume italiani, il rutilante trasformista in grado di cavalcare dialetti, tic, e persino sessi (memorabili alcuni suoi numeri al femminile) decide di portare in teatro uno show dalle molte facce, come in fondo un vero varietà deve essere.
E da quel mondo perdutosi nei rivoli della modernità, Enrico Montesano pesca, nostalgicamente, persino il gergo: con uno dei consueti slogan della rivista, infatti, ricorda al pubblico che «nel mio spettacolo ci saranno 24 gambe 24». Se la matematica e la biogenetica degli ultimi tempi non ci ingannano, quindi, saranno dodici le «girls» che affiancheranno il mattatore dal cuore romano (e laziale, non va dimenticato) in una carrellata di quadri, fatti di monologhi e balletti.
«Ebbene sì - commenta Montesano divertito - rivedrete il tip-tap, che di questi tempi sembra scomparso dalle scene e dalla memoria della gente». L'ex Rugantino non ha dubbi: fosse per il pubblico, il varietà e la rivista non sarebbero mai morti. «La gente sente la mancanza del varietà - spiega Montesano - ne ha una forte nostalgia. Sono i produttori di spettacolo che l'hanno dimenticato, in teatro e, soprattutto, in tv. Oggi si pensa all'audience fatta da Celentano col suo Rockpolitik, ma ai tempi del mio Fantastico si raccoglievano 13 milioni e mezzo di spettatori a puntata, con punte di 15 milioni. Allora era quasi scontato, oggi gridano al miracolo per cifre inferiori. E così la gente si sente quasi obbligata a piazzarsi davanti allo schermo, dopo i tormentoni pubblicitari, per vedere il Molleggiato, anzi il Molle Agiato, farci la paternale. Se la tv non si dà una bella virata, sarà il pubblico a... evirarla!».
Resta comunque il teatro, luogo prediletto dove recuperare espressioni dimenticate: «Nojo vulevan sàvuar ancor è la frase che Totò rivolge a un vigile urbano in piazza Duomo, nel film Totò, Peppino e la malafemmina - spiega Montesano -. Il poveretto cercava di comunicare in una lingua straniera autodidatta: si sentiva in trasferta, insicuro. In quella famosa domanda, Totò si chiedeva dove doveva andare. E ce lo dovremmo chiedere anche noi. Oggi, il mondo dove vuole andare? Se poi ha una vaga idea di dove voglia andare...».
Dalle ansie del moderno quotidiano, quindi, il pubblico può sempre trovare rifugio nela varietà: «Succedeva nei giorni duri di quaranta e cinquant'anni fa e può succedere anche oggi - dice Montesano - con questo spettacolo che offre riflessione e satira. Non satira politica, però: ormai quella è inflazionata. Io ci ho giocato parecchio in passato, ai tempi della Dc, ma oggi la satira si divide in tormentoni un po' stancanti, con quasi sempre al centro l'attuale premier, e qualcosa che con la satira ha ben poco a che fare. I politici restano abbastanza permalosi, e sbagliano. Ma anche i creatori di satira dovrebbero rinnovarsi».

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