Morto Prandelli, elegante «dicitore» che fu rivale di Di Stefano

Quando un tenore viene chiamato a partecipare alla Nona sinfonia di Beethoven, al Requiem di Mozart, alla Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, è già una garanzia che siamo di fronte a un cantante con le carte in regola. Quando poi il committente è il Teatro alla Scala - a nome e per conto di Arturo Toscanini, Victor De Sabata e Guido Cantelli - non c’è altro da aggiungere. Questo è il caso del tenore Giacinto Prandelli, nato a Lumezzane (Brescia) l’8 febbraio 1914 e morto ieri. Al nostro Prandelli erano state fornite solide basi musicali dall’Eduardo Fornarini (collaboratore-principe di Arturo Toscanini alla Scala), cui non vanno disgiunte la naturale musicalità e il perfetto dominio della parola. In un certo senso, e lo diciamo con rispetto e stima, era l’antitesi del tenore alla Giuseppe Di Stefano, che ha dato gioia al pubblico soprattutto col suo edonismo fonico. Per il suo Don Ottavio nello storico Don Giovanni di Mozart diretto da Karajan alla Scala (1951), un famoso critico del tempo sottolineava come Prandelli, pur dovendo lottare con l’ombra dell’inarrivabile Tito Schipa, aveva cantato con grazia e gusto squisiti. Dobbiamo ricordarlo aveva accanto grossi calibri del tempo quali Elisabeth Schwarzkopf, Victoria de Los Angeles, Giuseppe Taddei, Mario Petri, Sesto Bruscantini. E ancora. Nella Traviata diretta lo stesso anno da De Sabata, correndo il cinquantenario della morte di Verdi, Prandelli si confermava «dicitore elegantissimo», aiutato da una figura che «sembrava uscita da uno schizzo di Achille Déveria». A questo punto è chiaro a chi legge che si è trattato di un cantante-musicista con il dono della cosiddetta fonazione articolata (leggasi: perfetta dizione) che è stata ed è essenziale per avvicinare il pubblico all’opera.

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