Mosca si «Magna» la Opel. E Berlino applaude

Ultima puntata con finale a lieto fine della soap opera, come è stata definita da Sergio Marchionne (Fiat), «Salviamo la Opel». Quando tutto lasciava presagire che la casa-madre General Motors ritirasse dal mercato la società europea, dopo un conclave durato 48 ore il consiglio del gruppo Usa ha onorato la lettera d’intenti, siglata in maggio, cedendo la maggioranza della Opel alla cordata austro-russo-canadese Magna-Sberbank. Al consorzio andrà così il 55% della «New Opel», mentre ai dipendenti della casa automobilistica è stata riservata una quota del 10 per cento. Gm, invece, ha deciso di conservare la restante partecipazione (35%) per non perdere completamente la presa, dopo la recente vendita anche di Saab, sull’importante mercato continentale. L’amministratore delegato americano Fritz Henderson conta di definire tutti gli accordi entro qualche settimana e di chiudere l’operazione, che ha già ottenuto l’ok del trust che controlla il 65% della Opel, nel giro di pochi mesi. Lo stesso Fred Irwin, presidente del trust, ha però sottolineato che la decisione sulla cessione a Magna «non è stata unanime», spiegando che due componenti della società fiduciaria, hanno votato a favore, uno contro e un altro si è astenuto. A questo punto, secondo una fonte vicina ai negoziati, «è importante seguire le mosse che farà Sberbank; ritengo, in proposito, che nei prossimi mesi la banca di Mosca venderà la sua quota a un gruppo industriale russo. Sono numerosi i candidati pronti ad approfittare della situazione. I timori per i russi? In Germania sperano che non diventino “tumori”».
Con il 55% della «New Opel», il consorzio potrà ora scegliere anche il management. Due le possibilità: confermare (sempre che accetti) l’attuale numero uno Carl-Peter Forster; rimpiazzarlo con un uomo del gruppo austro-canadese (Herbert Demel, quando guidava Fiat Auto, ha avuto modo di lavorare con l’allora alleata Opel; l’ingegnere, tornato in Magna, potrebbe essere uno dei candidati, visti i precedenti). A Berlino, adesso, dopo che il cancelliere Angela Merkel si è detta soddisfatta dell’esito della lunga trattativa, sindacati e opinione pubblica attendono di conoscere nei dettagli il piano industriale dei nuovi proprietari e l’entità delle reali ricadute su stabilimenti e personale.
In base agli accordi, alla Opel sarà proibito mettere piede in Usa; accesso limitato, invece, sui mercati cinese e sudcoreano, entrambi ben presidiati dalla Gm. Si parla anche di una clausola che pone un tetto sulla vendita di alcuni modelli tedeschi in Russia. Secondo il vicepresidente del gruppo di Detroit, John Smith, Magna sta valutando la possibilità di ridurre lo stabilimento Opel di Anversa (Belgio) e di spostare la produzione da Saragozza (Spagna) in Germania. «I piani di Magna prevedono che lo stabilimento di Anversa venga ridotto, mentre ci potrebbe essere uno spostamento delle attività da Saragozza a Eisenach. In un modo o nell’altro, invece, i quattro siti tedeschi saranno mantenuti». La riduzione dei posti, attraverso forme non traumatiche, dovrebbe essere nell’ordine delle 10mila unità (2.500 su 25mila in Germania) su un totale di 50mila. Il governo tedesco, che non poteva permettersi di arrivare alle vicine elezioni politiche con il caso Opel ancora aperto, è pronto a iniettare finanziamenti per 4,5 miliardi di euro (3 miliardi di garanzie e 1,5 miliardi di prestito-ponte già concesso). In Gran Bretagna, sede delle fabbriche del marchio Vauxhall (così si chiama la Opel al di là della Manica) che occupano 5mila addetti, il governo e il maggior sindacato hanno accolto con cautela l’annuncio di ieri. «Dobbiamo assicurarci - hanno subito precisato - che gli impianti e gli impiegati inglesi non siano trattati in maniera sproporzionata durante la ristrutturazione che ci sarà».

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