Le mostre ci sono. Ma soltanto a porte chiuse

Il paradosso dei paradossi. La chiusura dei musei è stata, ed è, una testimonianza di profonda, radicale, inciviltà.

Le mostre ci sono. Ma soltanto a porte chiuse

Il paradosso dei paradossi. La chiusura dei musei è stata, ed è, una testimonianza di profonda, radicale, inciviltà. Nei musei non ci si tocca e non si toccano gli oggetti. I musei sono in palazzi con ampie stanze, e possono contingentare gli ingressi o limitarli attraverso le prenotazioni, com'è avvenuto, nei mesi precedenti, nei musei che io presiedo, a Ferrara, a Rovereto, a Possagno, a Urbino. In un vessillo a Bamyan, dove i talebani distrussero i Buddha, si leggeva: «Una nazione è viva quando la sua cultura è viva». Dunque, l'Italia è morta. Ho tentato di resistere con un'ordinanza sindacale che stabiliva l'apertura dei musei di Sutri, annullata da un decreto prefettizio il giorno dopo. Dopo questo tentativo contrastato non mi è rimasto che il ricorso al Tar, che ha rinviato la decisione alla Camera di consiglio del 2 dicembre. Quel giorno sapremo cosa voglia dire «servizi essenziali», considerando equivalenti i musei ai trasporti e agli ospedali, e fino a che punto sia consentito al governo umiliare le leggi dello Stato.

Nel frattempo i musei tentano di esistere mostrando ciò che sono da lontano, attraverso collegamenti in streaming a mostre allestite e chiuse. È quello che accade oggi a Rovereto, dove sono in corso una mostra su «Caravaggio. Il contemporaneo», in dialogo con Burri e Pasolini, e una grande monografica di Giovanni Boldini, concepita e allestita prima che l'ennesimo Dpcm, in contrasto con il precedente, chiudesse arbitrariamente i musei. Io stesso, in qualità di delegato alla cultura dell'Anci, ho, in pubblica conferenza, stimolato i sindaci d'Italia a controfirmare il ricorso al Tar. Non è avvenuto, ma il sindaco di Firenze ha stigmatizzato l'ipotesi dell'apertura delle piste da sci contrapponendola alla chiusura dei musei. Io, in verità, trovo altrettanto assurdo tenere chiusi i musei, con le mostre aperte, e chiudere le piste da sci in Italia mentre sono attive in Svizzera, Francia, Germania, Austria e Slovenia.

La situazione più insolita è quella di Piacenza, dove, con grande slancio, si restituiscono alla città due capolavori, per ragioni diverse, nascosti. L'occasione è il ritrovamento del Ritratto di signora di Gustav Klimt, dopo il furto di quasi 25 anni fa, e non ancora mostrato alla comunità per misteriose ragioni. La data scelta per esporlo, il 28 novembre, in pompa minima, è caduta nell'imprevedibile momento della chiusura dei musei. Chi poteva immaginarlo? Sospendere? Rimandare? No. Anzi. Raddoppiare, triplicare. E così, mentre la Galleria Ricci Oddi si apparecchiava per il grande rientro, il presidente della Banca di Piacenza, Corrado Sforza Fogliani, decideva di presentare, parallelamente, «in ostensione», l'Ecce homo di Antonello da Messina, negli spazi perfetti e collaudati di Palazzo Galli. Seminascosto nella Galleria del Collegio Alberoni, l'Ecce homo è il dipinto certamente più importante conservato in città, intelligentemente posto in dialogo a distanza con il Klimt ritrovato; ma in tempi di chiusura di ogni mostra. Non bastando la generosa offerta, la Banca ha presentato anche la pregevole collezione di dipinti di Francesco Ghittoni, appartenuti a un virtuoso piacentino, Andrea Tinelli. Il giorno stesso dell'inaugurazione delle tre mostre, esse sono state chiuse al pubblico, messo nelle condizioni di vederle solo via streaming. Una scelta originale, surreale, degna dell'Angelo sterminatore di Buñuel. Alle mostre di Piacenza non si può né entrare né uscire. Tutto è stato compiuto, con i riti inaugurali e i discorsi, «come se». La realtà virtuale e la realtà reale si sono sovrapposte, le date prefissate non sono state rimandate.

Signori, venite a Piacenza a non vedere le mostre di Klimt, di Antonello, di Ghittoni. Ma siate certi che ci sono. Sulla parola. A porte chiuse.