Daccordo, abbiamo problemi vitali come il voto sul ministro Romano e il crollo dascolti del Tg1, ma tutto questo ci sta subdolamente azzerando la capacità di seguire il corso della vita là fuori, dove avvengono fatti inauditi e insostenibili, senza che avvertiamo più lemozione di sentirli e di pesarli con ladeguata compassione. Dalla val Venosta, una bellissima valle agli estremi confini dellItalia geografica e dellItalia intossicata, piomba una storia che riporta brutalmente agli estremi confini della tristezza, se ancora siamo in grado di arrivarci.
Il piccolo Jannik, due anni e mezzo, era già orfano della mamma da una settimana appena: la giovane signora se nera andata per un grave incidente stradale, in cui anche il papà era rimasto ferito piuttosto seriamente. Da qualche giorno, il bambino stava con gli zii in un maso sopra il villaggio di Covelano. La nuova sistemazione, in attesa che il papà si rimettesse, sembrava la più adeguata per aiutare Jannik a superare questa strana e inspiegabile assenza della mamma. Immerso tra il verde e gli animali, in queste irripetibili giornate di ultima estate, il piccolino stava inconsciamente imparando una nuova vita, nellattesa di diventare grande e di capire qualche perché del suo penoso destino.
Purtroppo, Jannik non diventerà grande. Una settimana dopo la mamma, anchegli è vittima di un pauroso incidente. Hanno doverosamente aperto uninchiesta, ma non cè inchiesta che possa dare un senso al corso nefasto di questa immane fatalità. Jannik sta in braccio allo zio, di prima mattina: luomo vuole distrarlo e divertirlo con lo spettacolo sublime delle ruspe, attrattiva fantastica che incanta i bambini di tutte le generazioni. Due giganteschi e possenti macchinari, così appaiono agli occhi di Jannik, stanno sbancando terra e roccia per una nuova strada, vicino al maso. Non cè molto da raccontare, sarebbe un perverso gioco di cronismo morboso: lo zio si distrae solo un attimo, Jannik vuole arrivare vicinissimo al fascino irresistibile di quei giganti assordanti, loperaio in manovra non si accorge di nulla e per il bambino è il momento di unorribile fine.
La mamma morta, il papà ferito: sembrava che il conto aperto da Jannik con la crudeltà della sorte fosse già troppo alto, alla sua impalpabile età. Lo pensavano gli zii, lo pensava lintera comunità di montagna, che in questi casi è stretta come una famiglia. Ma quello che sembrava insopportabile, in realtà, non era ancora tutto. Una settimana appena e anche Jannik non cè più. Non diventerà mai adulto, non sarà più chiamato a vagare tra le sensazioni ancestrali per ritrovare un flebile contatto con la mamma, persa in una vaga idea celeste.
Davanti a fatalità come questa, gli uomini sono stranamente portati ad avviare come un lugubre borsino della sfortuna. Già, chi è più sfortunato? La mamma che se nè andata per prima, privata della gioia e della gratificazione più grande, cioè vedere la sua creatura crescere e avviarsi lungo i sentieri della vita? Oppure è più sfortunato Jannik, che questa vita lha appena tettata, come poche gocce di biberon, prima dessere subito rapito e restituito al mistero dellaldilà? Oppure, ancora, il più sfortunato è e sarà per il resto degli anni il papà, che nel giro di una settimana ha perso tutto, una moglie e un figlio, ma soprattutto lidea stessa di sognare il futuro?
Al borsino della sofferenza, nessuno può sindacare e incidere sulle meste quotazioni. Il valore di ogni singolo dramma è inviolabile. Tutti, in quella famiglia, compresi gli zii che non troveranno mai pace, pagano un prezzo enorme e assurdo. Cercare spiegazioni è inutile e puerile. In casi tanto gravosi e inestricabili, solo chi crede nella misteriosa giustizia del Cielo trova luscita di sicurezza. È un altro modo di leggere il destino, un modo stravagante eppure consolante. Il piccolo Jannik non è il campione assoluto della sfortuna: ha soltanto risposto al richiamo della mamma, che già non sopportava la sua mancanza.
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