Muratori e operai, quelli che soffrono fedeli al Ramadan

Hanno cominciato i calciatori. Ma hanno resistito solo 28 minuti, come il gahnese Sulley Muntari, stella nerazzurra rimandata di corsa ai ripari e in panchina da Mou, prima che caracollasse a terra e la sete ne oscurasse anche la vista nella partita di domenica scorsa. Ma i musulmani a Milano non sono tutti calciatori e non corrono solo dietro ad un pallone. Muratori, operai, commercianti ed ambulanti: sotto il sole della Madonnina si fa un po’ di tutto. E quest’anno il Ramadan di fine estate è innanzitutto molto caldo: lavorare a più 35 gradi Celsius forse può ricordare a qualcuno la assolata madrepatria ma a qualcun altro potrebbe far vacillare anche la fede e intravedere il miraggio di un sorso d’acqua fuori orario o di un frutto (proibito) ancorché dissetante. A temere una minor resa lavorativa durante il mese di digiuno diurno era stata la Coldiretti di Mantova che, un po’ mascherando il sogno tutto lombardo del profitto, aveva anche distribuito insieme all’Asl un vademecum per i lavoratori di religione musulmana. Obiettivo? Non finire vittima di disidratazione o colpi di calore e - dunque - non tralasciare nemmeno l’ultimo dei pomodori da raccogliere. Il profitto mal s’intona al precetto? A Milano pare però accadere il contrario: supportati dall’aria della Milano (diremmo ben poco da bere, date le circostanze) e che (molto) lavora i musulmani non fanno una piega. Gli ospedali pur non registrando incrementi di ricovero da colpo di calore, cercano in questo periodo di fare informazione soprattutto sulle donne musulmane in gravidanza che però imperterrite osservano il Ramadan. Fuori, invece, si lavora nei cantieri. Sulla Milano-Meda splende il sole allo zenith, per dirla in arabo: eppure Amir H., 25 anni, se ne sta li, la pettorina rossa pure catarifrangente ad impastare il suo cemento. «Se mi sento debole vado sotto il ponte, ma non bevo, ce la faccio» fa cenno lui indicando il cavalcavia dopo Cormano dove si sta accomodando la linea del sottopasso. Stessa «regola» e ferrea disciplina anche in piazza del Cannone: Abdul Malik ha 27 anni ed è in Italia solo da due. Fido assistente di Harun Rashid - che invece è al suo decimo Ramadan all'estero - non sbaglia un colpo nel promuovere le sue borsette e il pellame di varia natura agli avventori. A riparali una delle piante secolari di parco Sempione. Un’ombra che in Bangladesh te la sogni: «E poi se cedi e interrompi il Ramadan ogni giorno perso va recuperato con altri sette di digiuno». Insomma meglio un bicchiere mezzo vuoto oggi che uno vuoto per i prossimi sette giorni. Cammina su e giù, Duomo-Castello e ritorno, con i suoi libri e i suoi braccialetti Jimmy che viene dal Marocco: è a Milano da 8 anni e non rimpiange il suo passato da metalmeccanico: «Dipendeva dal datore di lavoro, alcuni ci lasciavano pregare durante l’anno, altri no, ma durante il Ramadan io resisto: con la crisi non posso permettermi di lavorare di meno e poi Marrakesh è molto più calda». Già. Milano come Ouadagoudou, Bamako o Ouarzazate. In fondo pare sia tutta una questione di abitudine, di ascesi si direbbe, se non suonasse troppo ecumenico. A spiegare come fare è un allegro drappello di senegalesi che staziona davanti al fontanone di Piazza Castello. Per la serie: oltre al danno la beffa, con tutte quelle bollicine e i giochi d'acqua. Loro ridono e gli dan le spalle: «Basta fare una buona colazione - spiega Abdullahe Fahe - ci si sveglia alle 4.30, si mangiano riso con carne e poi frutta, poi magari dormi ancora un po’». «I primi due giorni sono duri», aggiunge Bamba Ndiaye che nella regione di Touba, a 200 km da Dakar era uno studente. E come tale non ha rinunciato agli appunti: dalla tasca estrae un vademecum. A firmarlo non è la Coldiretti stavolta, ma il suo centro islamico di riferimento: «Stasera il Ramadan finisce alle 20.14, un minuto dopo mi prendo un caffè e poi mangio». Inshallah.

Commenti

Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento