Operatori sanitari in prima linea: così combattono il virus senza protezioni

Personale sanitario in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, ma operano senza dispositivi di protezione adeguati

“Non me la sento di fare un'intervista in questo momento, il 118 ha appena portato mia moglie in ospedale”. A parlare è un infermiere, padre di due bambini, in quarantena da quando è stata rilevata la positività al Covid-19 della moglie, operatrice sanitaria nello stesso ospedale, il Frangipane di Ariano Irpino, primo comune del Sud Italia a diventare zona rossa. La sua voce è alterata dalla preoccupazione, dalla paura di un virus che toglie ogni certezza e che ha finito per infettare anche molti suoi colleghi. L’elenco dei contagiati da Covid-19 continua ad allungarsi. Tra loro, molti sono i sanitari, impegnati in prima linea nella lotta contro il Coronavirus. Medici, infermieri, tutto il personale sanitario, sono in continuo contatto con soggetti infetti spesso senza poter godere di un’adeguata protezione. In molti ospedali mancano i dispositivi di protezione individuale. E, dove non se ne è mai avvertita la carenza, iniziano a scarseggiare.

Rosario Cerullo è il coordinatore Fp Cgil dell’area metropolitana di Napoli. Lavora come infermiere presso l’ospedale San Paolo di Napoli. Quando lo incontriamo indossa una mascherina chirurgica. “La uso da 8 giorni”, dice. “Stanotte l’ho lavata con l’amuchina”, spiega per far comprendere quali sono le condizioni in cui si opera in questa emergenza. In alcuni presidi c’è chi sta lavorando con mascherine prodotte in casa. “Soluzioni alla napoletana”, le chiama Cerullo, che si rendono necessarie per ovviare alla mancanza di soluzioni idonee. Il carico di lavoro prodotto negli ospedali da questa pandemia e la mancanza di condizioni in grado di garantire sicurezza e protezione, non favorisce un clima di lavoro sereno: “La tensione è molto più alta anche tra di noi, ogni parola la dobbiamo pesare, perché può essere interpretata male. È uno stress psicofisico molto forte”, racconta l’infermiere del San Paolo

Nei giorni scorsi, nei presidi ospedalieri sono arrivate delle mascherine, molto somiglianti a un panno catturapolvere. “Non le abbiamo mai usate, è una mortificazione per chi lavora”, ha affermato Cerullo. E negli ospedali pare che siano tutti d’accordo. “Queste sono le mascherine anticoronavirus che la Protezione civile ci ha dato. La terapia intensiva dell’ospedale di Nocera inferiore, come tutte le altre, ha bisogno di altro. Non siamo eroi. Per favore, in attesa della prossima fornitura aziendale, chi può ci regali qualche mascherina ffp2 o meglio ffp3, anche in piccole quantità”, è stato l’appello lanciato sui social dal direttore del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Nocera Inferiore, Mario Iannotti. Operare in prima linea con dispositivi di protezione inadeguati, oltre a mettere i sanitari a rischio, li rende un veicolo di contagio, per questo molti operatori chiedono che si facciano tamponi a tutti i lavoratori negli ospedali.

I dispositivi di protezione individuale iniziano a scarseggiare anche al Cotugno, l’ospedale di Napoli che è centro di riferimento regionale in Campania per le malattie infettive. “In questi casi il livello di protezione aumenta, e anche se il numero delle mascherine a disposizione, dei camici a disposizione, è notevolmente diminuito rispetto all’ordinario, comunque noi stiamo continuando a proteggerci in maniera adeguata”, rassicura Nicola Maturo, responsabile del pronto soccorso infettivologico del Cotugno e consigliere regionale dell’Anaao, associazione dei medici dirigenti. Sono le 13 quando lo incontriamo. Ha concluso il turno di notte, ma non può ancora tornare a casa, c’è una riunione che lo aspetta in ospedale. Nessuno si risparmia in questa lotta contro un nemico invisibile che spesso richiede turni di lavoro estenuanti: il carico di lavoro aumenta ogni giorno e molti sono gli operatori sanitari che si ammalano, quindi diventa necessario anche stravolgere l’organizzazione del lavoro nei reparti ospedalieri. “Essendo aumentato il numero di ricoveri di pazienti che sono particolarmente infetti – racconta il responsabile del pronto soccorso del Cotugno – il numero dei medici di guardia è raddoppiato, in alcuni casi addirittura è triplicato. Dobbiamo badare anche al pre-triage, che viene svolto in tenda, quindi c’è altro impegno di personale, sia infermieristico che medico, per cui la mole di lavoro è aumentata”.

Maturo solleva anche un’altra problematica che sta facendo sentire il suo peso in quest’emergenza: la carenza di personale medico. “La sanità campana – dice - sino a questo momento di emergenza, era carente di personale medico. Questo si deve al commissariamento che c’è stato in Regione Campania sulla sanità, per cui questa carenza viene da 10 anni di non assunzione di personale medico, di personale che è andato in pensione e non è stato in nessun modo sostituito. Quindi, ci troviamo con un numero di personale medico non ancora adeguato. Dal punto di vista infermieristico invece abbiamo raggiunto un buon livello”.

Oltre all’insufficienza di dispositivi di protezione individuale e alla carenza di medici, il personale sanitario deve fare i conti, anche in questo momento di emergenza, con le aggressioni: nei giorni scorsi, per le violenze subite da alcuni operatori, è stato necessario fermare il servizio del pronto soccorso infettivologico del Cotugno per quasi un’ora. Le immagini delle ambulanze in fila all’esterno del pronto soccorso hanno fatto il giro dei social. “Per circa una mezzora, tre quarti d’ora, c’è stata, per ovvi motivi, una sostituzione del cambio del personale, quindi è stata disposta un’interruzione momentanea nel servizio”, ha chiarito Maturo. “Questi signori – conclude il primario - hanno creato un disservizio oltre che a loro stessi, anche alla comunità, perché ovviamente se non ci fosse stato questo gesto insano il servizio sarebbe continuato tranquillamente”.

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