Napolitano firma. Ma Fini: «Troppi decreti»

RomaA Gianfranco Fini piace smarcarsi indossando la maglia con la scritta «uomo delle istituzioni». Lo ha fatto anche ieri, inaugurando lo studio televisivo nuovo di zecca di Montecitorio. Intervistato dal capo ufficio stampa della Camera, Fini ha tracciato un bilancio del primo anno di legislatura e non ha perso l’occasione per ribadire un concetto a lui caro: troppi ricorsi alla fiducia, troppi decreti legge: il governo non può pensare di non confrontarsi con il Parlamento. La questione è legata all’annoso problema dei regolamenti e dell’abuso delle fiducie sui provvedimenti firmati dall’esecutivo.
Ma è innegabile che la sortita di Fini assuma un peso specifico maggiore giungendo nel giorno in cui il capo dello Stato ha firmato il decreto legge che corregge alcune parti del Dl anticrisi, varato dal governo il primo luglio scorso. Da Napolitano, quindi, un nulla osta al testo, soprattutto in seguito alle rassicurazioni del premier sulla tassa sull’oro. In sostanza, la norma «incriminata» si applicherebbe solo con il parere favorevole di Banca centrale europea e Banca d’Italia. Rientrate, pertanto, le frizioni istituzionali tra palazzo Chigi e il Colle. Del resto lo stesso Berlusconi, prima di partire per Arcore per un periodo di riposo, aveva rassicurato che «i rapporti con il presidente della Repubblica sono ottimi». Inascoltato l’appello dei senatori dipietristi che, in aula, avevano esposto la maglietta con l’appello «Giorgio non firmare».
Incassato il via libera del Quirinale, ci ha pensato Fini a piantare dei paletti ben precisi per il futuro. Discorso generale il suo, non legato alle ultime vicende del pacchetto anticrisi e che affronta il problema di come garantire l’equilibrio tra ricorso ai decreti da parte del governo e la possibilità di intervento da parte del Parlamento. Il nocciolo della questione, ha ammesso Fini, «non nasce oggi, ma è nel dibattito politico da almeno due o tre legislature» e riguarda i maxiemendamenti «coperti dalla fiducia». Un prendere o lasciare che non va bene e quindi «nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento» né di poter «esautorare le Camere dal diritto-dovere di controllare». Il bilancio del presidente della Camera resta «tutto sommato positivo. Sono stati mesi di intenso lavoro parlamentare e la Camera ha affrontato anche questioni di grande rilievo politico. Mesi in cui la dialettica, a volte aspra, tra maggioranza e opposizione e, nel Parlamento, tra governo e opposizione, si è sempre mantenuta all’interno di binari costruttivi e di reciproco rispetto».
L’applausometro al pensiero di Fini ha fatto segnare livelli altissimi. Apprezzamenti dalla Lega con Roberto Cota: «Bene Fini, il regolamento necessita di un restyling. Noi proponiamo di valorizzare il ruolo delle commissioni per la parte di approfondimenti tecnici, lasciando all’aula la trattazione di questioni a carattere più politico». A seguire Gaetano Quagliariello: «Rilanciamo la questione dei regolamenti affinché la nostra democrazia sia veramente moderna ed efficiente». «Bene» anche dal leader Pd, Dario Franceschini. L’unica stecca nel coro da parte dell’Italia dei valori che con Massimo Donadi ha attaccato il presidente della Camera: «Fini è ipocrita e fazioso: in questa legislatura c’è il sistematico esautoramento del Parlamento». Parole di fuoco cui ha risposto Italo Bocchino (Pdl): «Soltanto dall’Idv potevano arrivare tali critiche. L’unica cosa da segnalare è l’atteggiamento antiistituzionale del partito di Di Pietro». Più tranchant Fabrizio Cicchitto: «L’Idv, su ogni materia, è alla ricerca ossessiva dello scontro politico».

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