Niente di fatto: il processo contro gli anarchici che nel gennaio del 2023 hanno bloccato Bologna e causato danneggiamenti alla città si chiude senza nemmeno iniziare con il proscioglimento dei 16 indagati per i quali il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio. Erano numerose le ipotesi di reato a loro carico, tra le quali manifestazione non autorizzata, danneggiamento aggravato, imbrattamento, accensioni pericolose, porto di oggetti atti ad offendere e violenza privata ma secondo il gup tutti gli indagati erano da assolvere nel merito “perché il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”.
Quelli erano i giorni caldi delle manifestazioni per Alfredo Cospito e anche a Bologna si registrarono cortei non autorizzati, in cui gli antagonisti sfilarono a volto coperto e con bastoni. Lungo il percorso vennero effettuate scritte sui muri e spaccate le vetrate di alcune banche ma secondo il giudice non c’erano gli estremi per procedere. “Il giudice ha riconosciuto che non vi fossero elementi sufficienti per una ragionevole previsione di condanna, applicando in maniera rigorosa la regola di giudizio prevista per la valutazione nell’udienza preliminare. Evidentemente la decisione è il frutto di un’applicazione ampia del diritto di libertà di manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelata”, hanno dichiarato gli avvocati.
Di tutt’altro avviso Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, secondo il quale “fronte di manifestazioni non autorizzate, atti vandalici e comportamenti pericolosi, la scelta di non arrivare nemmeno a un processo rischia di trasformarsi in un grave segnale di debolezza dello Stato. Così si legittima, nei fatti, chi pensa di poter agire nell’illegalità senza pagarne le conseguenze, lanciando un messaggio inaccettabile per i cittadini che ogni giorno rispettano le regole e chiedono sicurezza e ordine”. La decisione di proscioglimento, ha aggiunto, “lascia sconcertati” e considera “grave” la decisione del gup “che mina il principio che la legge vale per tutti e che chi la viola deve essere chiamato a risponderne”.
Una delle antagoniste coinvolte, poi assolta, era accusata anche di contraffazione, diffamazione e diffusione di notizie false, per aver affisso all'esterno di alcune edicole e in altre parti della città, delle finte locandine che riportavano l'intestazione e il logo di Qn-Carlino: locandine diffamatorie che attaccavano il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il sistema del carcere duro.