A Firenze si è aperto lo scontro per l’intitolazione di una strada. Da tempo i “democratici” cercano di portare avanti un concetto soft, o quasi, di cancel culture, provando a cancellare la storia di questo Paese e degli uomini che hanno contribuito a farlo. A finire nel mirino del Partito democratico fiorentino è stato Reginaldo Giuliani, cappellano militare italiano dell’ordine dei Domenicani, che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale decise di entrare nell’Esercito, servendo in reparti d'assalto come gli Arditi.
La sua figura divenne celebre per le azioni in prima linea, dove spesso si trovava a soccorrere i feriti sotto il fuoco nemico, guadagnandosi diverse decorazioni al valore. Nel 1935 partì volontario per la guerra d'Etiopia con la divisione “23 marzo” delle “Camicie nere”. Trovò la morte il 21 gennaio 1936 durante la battaglia di Passo Uarieu, nel massiccio del Tembien. Secondo le cronache dell'epoca, cadde mentre cercava di dare l'estrema unzione ai moribondi durante un violento scontro ravvicinato. Per il suo sacrificio gli fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria, che oggi il Partito democratico vuole “oscurare”.
Nell’intitolazione di una strada a suo nome a Firenze, infatti, c’è anche l’indicazione della Medaglia d’oro al valore militare, che secondo il Partito democratico, con una mozione a prima firma dei consiglieri dem Alessandra Innocenti e Stefania Collesei, va tolta perché la guerra di Etiopia alla quale Giuliani ha partecipato era una “campagna coloniale intrapresa dal regime fascista, caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra, quali l’impiego di armi chimiche e le stragi ai danni della popolazione civile etiope”. Alessandro Draghi, consigliere di minoranza di Fratelli d’Italia al Comune di Firenze, ha però sottolineato che “la cancel culture della sinistra però non tiene conto della storia, ma solo della propria ideologia. Con quale autorità? A che titolo la sinistra che amministra (male) questa città si arroga il diritto di strappare decorazioni al valore dal petto di chi non può nemmeno più difendersi?”.
Giuliani è stato un uomo del suo tempo, con il suo coraggio personale e la sua adesione a un sistema che la storia ha poi condannato. Nel suo personale modo di vedere il mondo del suo tempo, la figura del sacerdote non doveva limitarsi all'assistenza spirituale nelle “comodità” di un convento in tempo di guerra mentre i suoi coetanei morivano al fronte, ma doveva partecipare attivamente alla vita della nazione, anche nel combattimento se era richiesto. Per lui, infatti, il combattimento era una forma di missione religiosa e patriottica, come ha scritto in varie lettere. Conservare questa memoria permette di distinguere l'uomo dal contesto, ma soprattutto di non dimenticare mai quale fosse quel contesto, ossia l’Italia fascista del Ventennio. La memoria è l'unico vero anticorpo che abbiamo contro il riproporsi dei corsi e ricorsi storici e la sinistra, non solo italiana, finge di non capirlo.
Nel momento in cui si decide di eliminare i passaggi oscuri o i personaggi controversi, si finisce per consegnare alle nuove generazioni un passato “sterilizzato” assimilabile a una nuova forma di propaganda, solo di segno opposto.