Era il 23 marzo del 1944 quando, nella località di Bretto Inferiore, frazione del Comune di Plezzo, oggi in Slovenia, si consumò una delle stragi più agghiaccianti compiute dai partigiani jugoslavi inquadrati nel IX Corpus dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, fedele a Josip Broz Tito. Dodici Carabinieri, che operavano in un contesto collaborazionista forzato e inquadrati formalmente in una struttura che rispondeva al comando tedesco, mantenendo per certi versi una continuità con la loro identità di Carabinieri della Legione di Udine, si trovavano distaccati presso la località per proteggere la centrale idroelettrica, che forniva energia all’intera valle ma, soprattutto, per difendere le miniere di piombo e di zinco di Cave del Predil, vicina frazione di Tarvisio.
Stavano cenando quando vennero assaliti da un gruppo di 20 partigiani: si arresero, non opposero alcuna resistenza. Vennero inquadrati e condotti con una marcia forzata attraverso sentieri innevati e impervi verso il monte Mangart, in una malga, dove vennero trovati più di una settimana dopo. Nel rifugio per pastori di Malga Bala, oggi Slovenia, accadde qualcosa che non è nemmeno lontanamente immaginabile. “Tutti indistintamente i loro corpi erano coperti con le mutande e la camicia solamente e presentavano ferite multiple di arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie”, si legge nel rapporto redatto dalla Compagnia di Tolmezzo. Solo negli anni Novanta si sono avute informazioni più chiare, quando si aprì il processo e alcuni testimoni riferirono che i cadaveri erano “orrendamente sfigurati. A riprova delle torture subite, erano evidenti sui corpi grossi fori verosimilmente procurati da picconi o strumenti simili”.
Sul volto di un carabiniere, inoltre, si presentava “un occhio distrutto”. Quasi tutti “presentavano le caviglie dei piedi legate con del fil di ferro e corda. Un altro militare presentava una gamba ed un braccio completamente spezzati. Un altro carabiniere ancora presentava un cappio realizzato con fil di ferro che stringeva i testicoli, il fil di ferro poi dall’altro capo era legato alle caviglie...”. Secondo una ricostruzione presente nel libro “Alle porte dell'inferno: il Tarvisiano e i suoi dintorni nella tormenta nazista”, ai carabinieri venne somministrato del cibo cui erano stati aggiunti anche della soda caustica. I loro nomi erano: Alberto Agosti, Dino Grizzo, Primo Amenici, Lindo Bertogli, Rodolfo Colanzi, Domenico Dal Vecchio, Gante Pasquale, Antonio Ferro, Adelchi Moretti, Giuseppe Santerini, Guido Vanoli e l'appuntato Leonida Vicchi. A loro, nel 2009, è stata conferita la Medaglia d'Oro al Merito Civile alla memoria. Oggi, questi uomini sono stati ricordati dall’Arma dei Carabinieri che ha loro dedicato una commemorazione ma l’omaggio è stato sfregiato dai soliti commenti di dileggio: “Fascisti”, “Dalla parte sbagliata”, “Bene hanno fatto”. Tra diversi commenti di questo tenore, anche molti che oggi, a 82 anni di distanza, esprimono cordoglio.
Sono racconti dell’orrore quelli restituiti dall’eccidio di Malga Bala, che ben fotografano l'abisso di ferocia in cui era sprofondato il confine orientale. È la guerra, ma esiste un codice d’onore anche in mezzo alla tragedia: i Carabinieri si erano arresi senza combattere, non era quella la loro fine.
Quello non fu solo un atto di guerra, ma un sistematico esercizio di crudeltà. I dodici di Malga Bala non erano aguzzini, ma servitori dello Stato rimasti al loro posto a difesa di un bene pubblico in una terra di nessuno, schiacciati tra l'occupante tedesco e l'espansionismo titino.