Ritorna L’altra verità sul caso Sarah Scazzi. Si intitola così la riedizione del libro di Aldo Tarricone, investigatore privato che ha indagato su quello che la giustizia ha riconosciuto come omicidio.
Per quel reato sono state condannate all’ergastolo la cugina di Sarah Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, mentre lo zio Michele Misseri, condannato per occultamento di cadavere, è libero dopo aver finito di scontare la sua pena.
È una vera e propria controinchiesta quella di Tarricone, che getta ancora una volta ombre su un processo indiziario, contro gli esiti del quale le due condannate continuano a combattere. “La mia tesi finale è che si è trattato di un incidente”, dice a IlGiornale l’investigatore privato.
Dottor Tarricone, il libro “L’altra verità” è una nuova edizione di quello realizzato nel 2013. Come mai questa scelta a tanti anni di distanza dal delitto di Avetrana?
“In realtà la prima edizione era il sunto della relazione che all’epoca fu consegnata alla famiglia Scazzi, dopo che ricevetti il mandato dal fratello di Sarah, Claudio Scazzi. Nel 2013 fu per lo più una trasposizione quindi di quella relazione, stavolta ho voluto rendere più fruibile il contenuto anche ai non addetti ai lavori”.
Per quanto tempo ha lavorato per la famiglia Scazzi?
“Ho iniziato poco dopo il ritrovamento del corpo, il 10 ottobre 2010, più o meno da inizio novembre fino al dicembre successivo, quando ho consegnato a Claudio Scazzi la mia relazione”.
A quale conclusione è arrivato rispetto a quella che poi è risultata la verità giudiziaria?
“La mia tesi finale è che si è trattato di un incidente, qualcosa che è avvenuto. Mi rammarica che nel corso degli anni si continui a parlare di cose che evidentemente non sono andate così. Ci sono due persone all’ergastolo, quando nel peggiore dei casi si tratta di omicidio colposo”.
Il libro esordisce con una dedica alle sue figlie: “Quando avrete la convinzione di avere capito tutto, diffidate, perché è certo che non avete capito niente”. Che senso ha alla luce delle sue investigazioni?
“Svolgo questa attività da 48 anni e le mie figlie, bontà loro, lavorano con me, sono due avvocate. Da giovane sono stato ufficiale dei carabinieri, ma poi ho deciso di mettermi in proprio. Credo che la prima dote di un investigatore sia quella di non innamorarsi di una tesi, perché se quella tesi non porta a prove verificabili, ci si deve allontanare da quella intuizione. Oggi invece ci si innamora spesso delle proprie tesi anche quando non ci sono riscontri oggettivi”.
Parla di dati oggettivi e soggettivi. I dati oggettivi sono tutto ciò che ha a che fare con il traffico telefonico, la perizia medico-legale e l’incidente probatorio di Michele Misseri. Quali sono i dati soggettivi?
“Parlo di dati oggettivi da cui si ricavano interpretazioni soggettive: non ho fatto altro che prendere in esame i dati oggettivi a disposizione della procura, con la differenza, forse, che sono stato sul territorio: quando si fa un’indagine bisogna respirare i luoghi, capire in che contesto viveva Sarah Scazzi. Sono rimasto una ventina di giorni ad Avetrana, parlando con le persone del luogo, cercando di capire. Poi ho analizzato anche i social, che già all’epoca erano importanti per stabilire un giro di frequentazioni, per capire chi era la ragazza. Questo è un caso studio per cui andiamo anche nelle scuole e nelle università, e il modo in cui ho agito è paradigmatico di come si fanno le indagini. Il primo passo è sempre capire chi è la vittima, e noi l’abbiamo fatto sul posto e sui social. Poi vanno verificati e interpretati i dati oggettivi. Infine bisogna trarre le conclusioni. A mio avviso, alle indagini è mancata un’analisi approfondita dei luoghi e del contesto”.
Lei colloca Sarah Scazzi all’interno di una cultura musicale molto in voga in quegli anni: la cultura emo. Ipotizza quindi che la corda o la cintura citate da Michele Misseri siano in realtà un chocker che la giovane avrebbe indossato.
“Quando ho iniziato le indagini, sono partito, come dicevo, dai social: due giorni dopo la scomparsa di Sarah, il 26 agosto 2010, venne pubblicato sul suo profilo Facebook un post da un certo Regen, immediatamente cancellato il giorno dopo. Nel post c’era un manichino legato. Mi impressionò molto”.
Perché la impressionò?
“La corda, come quella che c’era nel post, ritorna nell’incidente probatorio di Misseri: quando gli viene chiesto come abbia trovato la ragazza, dice di averla trovata con una corda intorno al corpo e al collo, ma che poteva respirare, aggiungendo che la figlia Sabrina avesse voluto simulare un suicidio. Parla di una corda con tanti nodi. Tra l’altro la corda ritorna nella descrizione dell’occultamento. A questo si deve aggiungere che la ragazzina, secondo la perizia medico-legale, sia morta in 2-3 minuti senza opporre resistenza. E sempre nell'incidente probatorio ci sono le dichiarazioni di Michele Misseri che disse che le ragazze erano sempre in garage a ‘giocare’, gioco a cui fa riferimento anche il professor Giancarlo Umani Ronchi in una puntata di Porta a Porta”.
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E poi?
“Secondo me gli inquirenti stavano inizialmente seguendo la pista giusta, tanto che sequestrarono il computer della cugina di Sarah, che vive a San Pancrazio, e dove era stata alcuni giorni prima della scomparsa. Sull’hard disk gli inquirenti trovarono un messaggio che aveva mandato Sarah alla cugina, in cui raccontava che Sabrina facesse ‘ultimamente cose brutte’ e che volesse ‘farle fare’ anche a lei.
Sarah aggiungeva di essere ‘spaventata’ e questo è agli atti. Il ritrovamento del corpo e la confessione di Michele Misseri hanno cambiato tutto. Anche il diario di Sarah permette di fornire delle interpretazioni. Questo significa analizzare il contesto, non trascurarlo”.