Nel giardino dove la Fallaci litigava anche con le piante

Antonio Perazzi, paesaggista e nipote della grande giornalista, racconta «l'Oriana» vista da vicino

La casa è un ex convento francescano, un tempo assediato da un esercito di spine; una volta liberato, è tornato a essere posseduto dal divino, uno di quei luoghi che secondo Knut Hamsun «sono investiti dal soffio della vita». È ora circondato da piante, arbusti e fiori, nati da semi arrivati da mezzo mondo, Giappone, India, Alaska o Valtellina, una convivenza d'armonia e selvatico, di bellezza e caos. Da questa alta collina del Chianti lo sguardo plana su orizzonti sconfinati, a Nord e a Ovest la foresta sembra non aver ancora conosciuto il pericolo dell'uomo, mentre a Sud Ovest, oltre il giardino inclinato come un vassoio, vedi l'umanesimo di Firenze, le torri di San Gimignano e la silhouette delle montagne che scortano la valle dell'Arno tra Pisa e Lucca.

«Piuca è la mia patria», dice Antonio Perazzi, botanico, architetto e filosofo del paesaggio. A Piuca, così si chiama la casa-nazione, ha costruito la sua intima Jasnaja Poljana, «il luogo maestro», che è stato ispirazione e laboratorio d'una nuova «etologia del paesaggio», divulgata con i suoi testi e progetti internazionali; a Piuca ha elaborato una visione del giardino come tripudio di vitalità equilibrata, la creazione umana di Natura reinventata, «ultra-naturale», dove le piante «si elevano a simulacro del divino». «Il paesaggio selvatico - dice osservando la sua creatura, un'autobiografia rigogliosa senza impianti d'irrigazione - anche quando è perfetto, non si potrà mai chiamare opera d'arte, fino a che non sarà il frutto d'un progetto comune tra la Natura e gli uomini».

Come sarebbe orgogliosa «l'Oriana» di questo suo nipote che sussurra alle querce. Soprattutto di sapere, come Antonio accenna nel suo nuovo libro Il Paradiso è un giardino selvatico (Utet), che all'origine della storia c'è lei. Lei e Piuca. Se questa è diventata «la stanza tutta per sé», e poi addirittura una patria, è grazie a quella zia così odiosa e laboriosa, che nella villa di campagna dei Fallaci, quando scriveva, e non faceva che scrivere, lo cacciava non al primo rumore di trenino, bensì al primo sbadiglio. «Per la verità nella casa grande erano tutti chini sull'Olivetti, ta-ta-ta trrrr, l'Oriana, mia madre, il nonno, ma era lei che mi urlava d'uscire fuori. In giardino non trovavo avventure, solo borghesissime rose, così scendevo dal poggio, risalivo il sentiero e raggiungevo Piuca, regno di ragni, lucertole, nidi di cardellino, tracce d'istrici e volpi. Dentro c'era la camera dei conigli, quella delle galline, quella dei piccioni. E le piante si godevano la libertà d'inselvatichire i muri». Lì, estate dopo estate, matura il suo mondo vegetale complesso, un'idea inseguita nei boschi e nei giardini di tutto il mondo, per poi tornare nella sua Tara toscana con un bottino di semi e piante esotiche. «Lei a volte veniva a cercarmi, forse pentita d'avermi insultato malamente, mi trovava in cima a un corbezzolo e per farmi scendere mi corrompeva con qualche storia di guerra, sapeva come ammaestrarmi. Sarebbe stata una grande scrittrice per bambini, quando ritornavamo da qualche viaggio fatto insieme negli Stati Uniti, davanti agli ospiti ingigantiva le mie imprese, le rendeva epiche con qualche magistrale licenza narrativa».

Si sa che Oriana stravedeva per Jack London, autore collocato al posto d'onore nella biblioteca di famiglia e in cima ai ricordi letterari d'infanzia. Lo tradusse pure per la Bur, «ma l'attrazione era tutta per l'abilità del giornalista più che per i racconti di foreste», dice Antonio. «L'unico animale del suo bestiario era l'uomo. Il nonno era terrorizzato dal rapporto dell'Oriana con la Natura: Le voglio bene quando non la vedo intorno, diceva. Andavano a caccia, lui, suo fratello Bruno e l'Oriana, che custodiva una schiera di fucili belli lustri. Quando nonno e Bruno rinnegarono la caccia, sulla base di convinzioni socialiste e tolstojane, lei continuò ad andare al capanno da sola. Le piaceva sparare, essere la donna con le palle. Voglio mangiare un coniglio!, e se ne usciva, e in casa calava il gelo, perché gli animali da cortile morivano di vecchiaia. A dicembre pretendeva le pesche, snobbava il bastardino di casa, degnava un cane di qualche attenzione solo se era di razza, come il suo yorkshire, e poi aveva un'idea dei fiori da diva, alla Loren, esclusivamente rose baccarà dal gambo lunghissimo, un mazzetto di mughetti finiva dritto nella spazzatura».

Con il tempo i rapporti di Oriana con Antonio, il ragazzo che studia il «carattere delle piante», diventano più sofisticati. Gli procura semi rari raccolti nei suoi viaggi, custoditi nei portarullini di metallo della Kodak, gli fa dono di libri antichi di botanica, lo introduce a Henry David Thoreau, il filosofo della wilderness, allora quasi sconosciuto in Italia. Nel suo studio d'architetto a Milano, Antonio custodisce ancora un post-it giallo con la scritta «Gertrude Jekyll», la garden designer che «tesseva» i giardini come fossero stoffe di William Morris. Oriana l'aveva scovata nelle sue ossessive ricerche: toh, avrà detto, una donna anche questo genio di giardiniera. Da New York, lei segue la formazione di Antonio, e lancia segnali, perentori. «È stata mio padre, la legge del padre - dice il paesaggista, oggi tra i più richiesti d'Italia -. Con le sue frasi-manifesto mi ha insegnato la disciplina del lavoro, la virtù che va applicata in ogni azione, in ogni dettaglio». Quando prendeva l'aereo per New York gli dicevano: «Tu sei matto ad andare dall'Oriana». Ma erano ordini: «Vieni che c'è una scimmia in giardino, bisogna catturarla», e riattaccava. In realtà sul retro della townhouse c'erano da raccogliere cumuli di cartacce, bozze gettate dalla finestra e cicche. Poi fu la Natura ad andare da Oriana: «Durante la malattia dava da mangiare alle tortore e ai blue jays che arrivavano sul balcone, erano più importanti dei ricordi, del vaffanculo a Khomeini. Si stupiva se un cane le faceva le feste: Non sono abituata, diceva, tutti mi danno solo contro».

Antonio si guarda intorno, indica la favorita di Piuca, la Cryptomeria japonica, una possente conifera arrivata seme dalla penisola giapponese di Kii, avvolta in un batuffolo di muschio. «Mi chiedo spesso dove l'avrà nascosta, dove l'Oriana l'avrà mai seppellita quella cassa». Perché anche per Oriana Piuca era la domus-patria, così che un giorno fece scavare al padre una piccola buca, vi depose una cassa e va a sapere che cosa vi ficcò dentro. Era un segreto, il vecchio non ha mai rivelato il posto; poi anche lei se n'è andata lasciando questa coda di mistero o, più probabilmente, di veleno.

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