Nel mare di Barents con la Marina norvegese per pattugliare le acque contro il «black fish»

Oslo implacabile nell'oceano che alimenta due terzi dell'economia tra pesce e petrolio

«Qui è la Guardia costiera. Remøy, saremo a bordo tra venti minuti. Passo». «Qui Remøy sarete i benvenuti. Stiamo per ritirare le reti. Passo». Seguono pacate indicazioni tecniche per l'abbordaggio d'ispezione. La notte è nera e piove nel Mare di Barents, ci troviamo a circa un centinaio di miglia a Nord Est di Tromsø; dopo tanto buio le luci in lontananza della Remøy, un trawler fabbrica di 74 metri, sembrano un luna park in pieno Artico. «Prepariamoci», dice l'ufficiale in seconda Colin Nilsen. La vestizione è complicata, c'imbarchiamo su una lancia imprigionati in uno scafandro termico a prova di queste acque impietose. È un'impresa salire a bordo del mega peschereccio inerpicandosi sulla fiancata con una scala di corda sbatacchiata da onde alte tre metri. Appena in tempo per assistere a uno spettacolo impressionante: la tirata di quasi 20 tonnellate di pesce, per lo più merluzzo, saithe, haddok e redfish, tutti di grandi dimensioni. Il clangore delle catene e degli argani che issano le enormi sacche rigonfie ricorda quello degli altoforni nelle acciaierie; tutto si riversa subito a cascata nella pancia della Remøy dove le macchine, assistite dai ragazzi piazzati in linea sui nastri trasportatori, agguantano, sbudellano, decapitano, sezionano: in mezz'ora ciò che guizzava nell'oceano è già finito nell'hangar freezer, imballato nei pallet. «Ottocento tonnellate in tre settimane di navigazione», dice il comandante soddisfatto. Gli ufficiali della marina militare incrociano i dati comunicati dal comandante con i quantitativi stivati e con le quote governative assegnate al peschereccio, controllano le maglie delle reti per assicurarsi che non siano truccate, ma il comandante e i 19 uomini d'equipaggio non sembrano infastiditi dagli ospiti in divisa. «Per fortuna che ci sono», dice, «se succede qualcosa a queste latitudini possiamo contare sul loro intervento; e poi se siamo controllati tutti nessuno fa il furbo, almeno tra noi norvegesi è così». Quel che accade, negli ultimi anni, è che pescherecci stranieri trasbordano il pesce da una nave all'altra per dichiarare meno, si chiama «black fish» e si rischia il carcere. La Norvegia è implacabile nel presidio del suo oceano, da dove provengono due terzi della sua economia tra pesce, petrolio e gas.

«In cod we trust», è il motto delle comunità costiere dove operano 6mila pescherecci. Ma il merluzzo (90mila tonnellate pescate nel 2017, 35 milioni di porzioni vendute ogni giorno in 140 Paesi), come altre specie pregiate si sposta sempre più a Nord a causa del riscaldamento dell'oceano. «Non sappiamo che cosa succede nel nuovo mare liberato dai ghiacci polari. Il pesce migra a Nord quattro volte più rapidamente del previsto», dice Gunnar Saetra, che ci accompagna in questo viaggio per conto dell'Istituto per la ricerca marina. E il sistema delle quote, distribuite alle imbarcazioni senza privilegiare le navi fabbrica, diventa sempre più rigido, deciso dal governo seguendo le indicazioni della comunità scientifica. Per capire che cosa rappresenti il mare di Barents per questo Paese e non solo, bisogna starci in mezzo. Oggi più che mai, perché gli uomini della Guardia costiera, con le loro 1700 ispezioni l'anno, sono testimoni di come si possa gestire una ricchezza immensa - 2.6 milioni di tonnellate l'export di pesce norvegese nel 2017 per un valore di 10 miliardi di euro. A bordo della Senja, vascello della classe Capo Nord, 105 metri di lunghezza, il comandante Ottar Haugen spiega al Giornale come in pochi anni il ruolo del corpo sia diventato cruciale: «Con il progressivo scioglimento dei ghiacci la nostra area di competenza è diventata di 2.5 milioni di chilometri quadrati, tre volte l'estensione della Norvegia. L'Artico è ora una regione centrale nella geopolitica mondiale e noi siamo chiamati a fronteggiare nuove sfide». Il Grande Nord è, ad esempio, diventato una delle più richieste mete turistiche, soprattutto dalle crociere, e spesso sono navi non attrezzate per navigare in acque polari. «L'Artico è il nuovo esotico, assistiamo a un aumento delle crociere del 40% l'anno. La scorsa estate al largo delle isole Svalbard», dice l'ammiraglio, «navigava una nave con a bordo 9mila passeggeri. Come avremmo potuto fronteggiare un'eventuale situazione di crisi? Bisogna tener conto che in quelle acque il tempo di sopravvivenza per un uomo, anche d'estate, non supera i 30 minuti. Per raggiungere l'area avremmo impiegato due giorni di navigazione. Inoltre alle Svalbard non esistono strutture per poter ospitare così tanti naufraghi». Un mondo tutto nuovo, da regolare e rendere sicuro: «Mancano carte nautiche digitali aggiornate, soltanto il 15% dell'Artico è mappato. I fondali cambiano a causa del mutamento climatico, può capitare che dove sono indicati 150 metri di profondità in realtà siano solo 25».

Il mare di Barents è il serbatoio d'Europa, dove si trovano la maggior parte dei pozzi norvegesi (il fondo sovrano, legato agli investimenti sui profitti di petrolio e gas, ha oltrepassato il trilione di dollari), qui, al largo della cittadina di Hammerfest è stata installata da Eni la piattaforma più a Nord del mondo, Goliath: «Dobbiamo garantire che le estrazioni avvengano in piena sicurezza ed essere pronti a fronteggiare eventuali incidenti». Un'area sempre più trafficata: «I cinesi puntano sullo sviluppo della navigazione commerciale lungo la Northern Sea Route, la rotta polare che collega lo stretto di Bering all'Europa in alternativa a Suez. Ci prepariamo a diventare presto un terminale marittimo globale», dice il comandante in seconda Nielsen. Intanto il mare di Barents, condiviso con la Russia di Vladimir Putin, è già teatro della cosiddetta Nuova Guerra Fredda: si è appena conclusa Trident Juncture 18, la più grande manovra Nato dal crollo dell'Urss (50mila uomini impiegati, 5 portaerei, una quarantina di caccia bombardieri), un chiaro messaggio alla militarizzazione dell'Artico.

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