Nelle moschee non si tengono soltanto sermoni

Egr. Dott. Granzotto, si fa un gran parlare in questi giorni a proposito dell’apertura di una moschea grande o di molte moschee piccole a Milano. Tutto il problema, si dice, sta nell’obbligo da parte nostra di dare ai musulmani un luogo di culto, dove pregare. Non sto a tirare in ballo le questioni di reciprocità, ma voglio sottolineare che le cose non stanno precisamente così in quanto la moschea non è assimilabile a una chiesa musulmana ma rappresenta qualcosa di assolutamente e radicalmente diverso. La moschea è il luogo dove la comunità si riunisce per affrontare tutto ciò che la riguarda: la preghiera, le questioni sociali e culturali e le politiche. Tutte le decisioni vengono prese in questa sede. Limitarla a un luogo di preghiera equivale a non capire la tradizione musulmana. La koutba o «discorso» affronta le questioni più importanti del momento e va quindi ben al di là degli aspetti spirituali. Per questa ragione in molti Paesi musulmani, per esempio l’Egitto, nel giorno di venerdì le moschee sono sorvegliate dalle forze dell’ordine perché molte decisioni politiche partono da lì e il jihad viene spesso dichiarato durante la koutba. Pertanto considerare la moschea un luogo di culto è sbagliato ed è fuorviante, parlando della costruzione di moschee, farlo in nome della libertà religiosa. La costruzione di moschee e di centri islamici europei è finanziata, in massima parte, dall’Arabia Saudita che impone anche imam di sua fiducia. Nel mondo islamico sunnita è ben noto che l’Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida detta wahhabita ed è difficile pensare che siano questi imam ad aiutare l’inserimento degli immigrati nella società occidentale. Al governo del Paese spetta il compito di verificare attentamente quali attività si intendano svolgere nei locali che verranno utilizzati in quella che genericamente viene definita moschea, chi sono i responsabili e chi li nomina, chi gestisce, chi controlla e chi finanzia.
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Di moschee in Italia ce ne sono già abbastanza. Nessuno ne conosce (o confessa di conoscerlo) il numero. Nemmeno la Lega musulmana, la Consulta islamica e l’Ucoii, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia. Anche il Viminale non dispone di dati certi. Si parla comunque di 600 o 700 «luoghi di culto», quanto basta, mi pare, per garantire ai gentili ospiti di «esercitare la propria fede», come raccomanda monsignor Mariano Crociata, segretario della Cei. Il mal del mattone della comunità islamica, la sua furia edificatrice di cento, mille, diecimila moschee non ha quindi ragion d’essere se non quella di imporre la propria religione, la propria cultura e cioè la propria civiltà. Altro che integrazione, altro che dialogo. Mai, nella sua millenaria storia l’islam ebbe la tentazione di integrarsi con le genti con le quali pacificamente o armi alla mano venne in contatto. L’esempio, periodicamente sbandierato, della serena convivenza del sultanato di Cordova con i regni cristiani di Spagna è fantasia. Nessuno nega che colloquiassero, come oggi s’usa dire, ma di integrazione - musulmana nei regni cattolici o cattolica nel califfato - neanche l’ombra. E poi sappiamo come è andata a finire, con Boabdilla in lacrime e Isabella che finalmente si cambia la camicia. No, no, basta con le moschee. Entro le cui mura, come lei dice bene, caro Giannini, con la khoutba, il sermone del venerdì, l’imam non si limita a ricordare ai fedeli quanto sia grande e misericordioso Allah. Ma coglie l’occasione per esprimere delle posizioni ideologiche o politiche, per rivolgere ai fedeli appelli o consegne (la fatwa) e, all’occasione, per mobilitare le folle. Niente di sovversivo, assicurano gli imam e anzi, tutto nel più sincero spirito pacifico e pacifista. Sarà, ma poi, ascoltata la khoubta, qualcuno, magari un Mohamed Gamme, acquista quaranta chili di nitrato di ammonio, si fa una bomba artigianale e la fa esplodere in una caserma.
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