Nell'ultima Maddalena i dolori di Caravaggio

Una donna distrutta, allo stremo delle forze. Com'era l'artista negli ultimi mesi della sua vita

Nell'ultima Maddalena i dolori di Caravaggio

In queste settimane di fervore caravaggesco, con un dibattito fertile e stimolante sulla sorprendente apparizione, in un'asta a Madrid, di un perduto Ecce Homo finora identificato con versioni interessanti ma non pertinenti con lo stile di Caravaggio, come quella di Palazzo Bianco a Genova, sono riemerse altre opere certamente problematiche relative a soggetti e a interpretazioni fortunate. È il caso di dipinti conosciuti in più versioni, con diversi orientamenti attributivi, e con il problema, ancora irrisolto, se un pittore di impulso e di vita tormentata come Caravaggio si applicasse a replicare le sue opere, e ne avesse il tempo e la disponibilità psicologica. È, fra gli altri, il caso del Fanciullo morso da un ramarro, nelle versioni della National Gallery di Londra e della Fondazione Longhi di Firenze. Uno scontro a due o, anche per rispetto al grande critico Roberto Longhi, il riconoscimento dell'autografia per entrambi. Non è un caso isolato: si conoscono numerose versioni, nessuna autografa, del predisposto Ragazzo che monda un frutto.

Valoroso ricercatore, Mario Bigetti convive da anni con personali quesiti caravaggeschi, su cui si arrovella, avendo scoperto una seconda e più ampia, e certamente bella, versione della Cattura di Cristo, il cui autografo è universalmente riconosciuto nella tela conservata alla National Gallery di Dublino (se ne conoscono altre versioni, tra cui una pregevole nel Museo d'arte occidentale e orientale di Odessa). Un'altra opera più volte replicata è il San Francesco in meditazione sulla morte (se ne registrano almeno nove esemplari, due dei quali alternativamente considerati autografi: quello di Carpineto Romano, ora in deposito a Palazzo Barberini, e quello nel Museo dei Cappuccini a Roma). Particolare dignità ha certamente, competendo per essere autografa, come io la credo, la versione già in collezione Cecconi, ora Bigetti.

Non sono tantissimi i soggetti, prevalentemente devozionali e non narrativi, predisposti a plurime repliche. Fra questi certamente la Maddalena in estasi, opera della estrema e tragica maturità del pittore, conosciuta in numerose variazioni sempre prossime, nella rarefazione pittorica, sofferta anche nella esecuzione, a essere giudicate originali, almeno in qualità di repliche; e una concorrendo per la palma di prototipo. Al culmine di passioni e discussioni caravaggesche intorno al sorprendente Ecce Homo di Madrid, appare, con l'autorità di una prova originale e la semplicità di una esecuzione di getto, senza pentimenti, una inedita versione della Maddalena del Caravaggio che ha, con la conservazione verginale, una immediatezza sorprendente nel volto e nelle mani, nelle altre versioni rese in modi più scolastici e sommari. C'è una naturalezza, nel deliquio che intenerisce le carni e nell'intreccio molle delle dita, che ha una vita calda e palpitante come un calco dal vero.

Siamo al punto di arrivo di una lunga ricerca sul tema della Maddalena, cominciata con il dipinto della Galleria Doria Pamphilj, dove nulla fa pensare a un'estasi mistica o a una meditazione sulla morte. La prima Maddalena di Caravaggio è una ragazza addormentata in un lungo pomeriggio in posa, nel cortile di un palazzo romano. L'intuizione di Caravaggio è di dipingerla così, senza svegliarla, rubandole il sonno. Passati quasi 15 anni, nel suo ultimo tempo, Caravaggio ritorna al tema, e non è distratto dal primato del reale, dall'immediatezza e dalla freschezza di quel pomeriggio romano, nell'entusiasmo di essere arrivato nella città eterna, ma è tormentato da ossessioni, sensi di colpa, ansia per il ritorno a Roma, e ci trasmette un sentimento della fine che è premonizione del suo destino. Quella giovane donna addormentata nella prima idea oggi è distesa, semisvenuta, allo stremo delle forze, in abbandono, in uno spazio indefinito, appoggiata contro un muro che non si vede, e qui, come nella versione Gregori, sopra un teschio. Non c'è più tempo, non c'è altra vita, per la Maddalena, così come per Caravaggio. Difficile andare oltre. E sappiamo che, tra la Maddalena penitente della Doria Pamphilj e la Maddalena in estasi, c'è un'altra composizione concepita nel feudo dei Colonna a Paliano, nel 1606, documentata come di mano del Caravaggio. Ma, come insegna la stessa storia dell'Ecce Homo Massimi, non abbiamo certezza che questa fosse proprio una Maddalena in estasi. Lo stile della Maddalena in estasi, com'era già evidente nelle altre versioni note, è quello tardo, come mostra l'atmosfera cupa e un registro cromatico affine nel San Giovanni Battista Borghese e nel Martirio di sant'Orsola di Palazzo Zevallos a Napoli. Del resto, è impensabile che Caravaggio porti sempre con sé lo stesso quadro dal 1606 al 1610, in anni di fughe e difficili peripezie. Inoltre, le tele che lo accompagnano nel viaggio sulla feluca del luglio 1610, sicura merce di scambio per la grazia che si apprestava a ricevere, devono essere state dipinte per l'occasione, poche settimane e mesi prima, e tra di esse vi era la Maddalena in estasi.

Notevole è, nella nuova versione, anche la semplificazione nella esecuzione, più sommaria e rapida, dei capelli e delle stesse vesti, rispetto alle altre versioni conosciute. Riemersa soltanto nel 2010 per segnalazione di Nicoletta Retico in una collezione romana, l'opera è stata vista da Ferdinando Bologna e da Mina Gregori che si era sbilanciata, senza escludere l'autografia di più di una versione, in favore della tela esposta nel 2016 al National Museum di Tokyo e nel 2018 al Musée Jacquemart-André di Parigi. Le parole della studiosa consentono di ritenere repliche autografe più versioni della Maddalena, derivate da un prototipo non riconosciuto. Parlando della versione Klain in rapporto con quella esposta a Tokyo e a Parigi, infatti, la studiosa scrive: «Una parte della critica successiva ha tuttavia ritenuto che il dipinto in questione fosse solamente una delle numerose copie note dell'opera, pur riconoscendone il notevole livello qualitativo, che ha portato a ritenere, almeno fino a ora, che si trattasse del dipinto più vicino all'originale caravaggesco o, secondo altri studiosi, a mio parere in maniera convincente, di una replica autografa della Maddalena perduta del Caravaggio. Non è necessaria (...), la presenza di ulteriori elementi per ritenere la Maddalena in estasi, presentata per la prima volta in questa occasione, l'originale caravaggesco descritto dalle fonti, poiché i dati stilistici ne confermano l'autografia in maniera evidente. (...) Questo imponente dipinto rappresenta la Maddalena in estasi, un soggetto del Caravaggio noto, come abbiamo visto, per un esemplare di raccolta privata romana (quello già in collezione Klain) di misure pressoché identiche e per varie copie. All'esame stilistico e dell'esecuzione pittorica questa tela presenta tutti i caratteri per essere ritenuta anch'essa autografa del Merisi, per la qualità della fattura, l'incarnato del corpo di toni variati, l'intensità del volto, i capelli dorati». Particolarmente significativo il passo in cui, pur apprezzandone la maggiore qualità, la studiosa afferma: «All'esame stilistico e dell'esecuzione pittorica questa tela presenta tutti i caratteri per essere ritenuta anch'essa autografa del Merisi». La locuzione, certamente non casuale, «anch'essa», apre la strada alle possibilità che le versioni autografe siano più d'una, compresa l'ultima qui proposta che la Gregori esaminò.

Il dipinto fu rifoderato e reintelato da Pico Cellini. Tenendo conto di un paio di centimetri in più per ogni lato della tela originale, ripiegata attorno al telaio, si passa dalle attuali misure di 114x90 cm a quelle iniziali (teoriche) di 118x94. Queste si possono comparare con quelle delle altre versioni della Maddalena in estasi: 106,5x91 per la Klain, 107,5x98 per la Gregori e 97x75, al netto del cartiglio aggiunto in basso, per la versione di collezione privata londinese.

L'immediatezza e la semplicità dell'esecuzione che abbiamo rilevato, potrebbero aprire la strada a riconoscere nel nuovo dipinto il prototipo eseguito di getto, di prima, senza pentimenti, come abbiamo osservato, per poi tornare, nell'arco di quei giorni torbidi e inquieti, a riflettere sullo stesso soggetto, come d'altra parte piacerà, qualche tempo dopo, al Finson, suo seguace incantato davanti all'invenzione scabra ed essenziale del maestro dannato e perduto. Per questo è oggi importante riflettere sulla nuova versione che qui si presenta.

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