Il «no comment» del giudice star

MilanoFa di tutto per tenersi alla larga dalla mischia. Raimondo Mesiano è ormai il giudice più famoso d’Italia ma non ha alcuna intenzione di cavalcare l’onda creata dai giornali e dalle tv. Aveva taciuto una prima volta, una quindicina di giorni fa, quando era uscita la sua astronomica sentenza sul Lodo Mondadori. Tutti si erano chiesti chi fosse Mesiano, improvvisando rapidi ritratti, lui aveva continuato la vita silenziosa di sempre. Aveva tenuto duro anche la settimana scorsa quando, con surreale tempismo, il Csm l’aveva promosso alzandogli lo stipendio. Ora, esausto, il magistrato concede col contagocce pochissime parole alla muta dei cronisti che lo bracca. Ma sono frasi che troncano il dialogo prima ancora che possa sbocciare. «Non rilascio interviste - afferma il giudice - non ho nulla da commentare e mi sembra una posizione corretta nei confronti dei giornalisti». È tutto o quasi quello che gli si può strappare.
Ormai, dopo il video trasmesso da «Mattino 5» giovedì scorso, Mesiano vive con i giornalisti il rapporto che un monaco di clausura ha col mondo. Le sue modestissime esternazioni vengono addirittura filtrate dal citofono di casa. Gli chiedono se abbia visto il filmato trasmesso da Canale 5 e lui risponde con un secco «no».
È davvero tutto. Mesiano non vuole commentare le immagini e gli articoli che lo riguardano. Si stacca di dosso il personaggio che vive in tv. In poche ore su di lui è stata riempita una cineteca ed è stata scritta una biblioteca. Ma non si espone. Le sue calze color turchese, immortalate nel servizio di «Mattino 5», insieme al suo shampoo dal barbiere e alla passeggiata con la sigaretta fra le dita, non sono oggetto di repliche. Ciascuno può pensarla come meglio crede, lui tace.
E non apre bocca nemmeno per rispondere alla critiche. Venerdì il Giornale ha raccontato di una cena, avvenuta al «Cuoco di bordo» in via Gluck giusto tre anni fa, in cui Mesiano si lasciò andare a giudizi lusinghieri su Prodi e a critiche affilate sul Cavaliere: «Berlusconi si deve dimettere». E sabato, sempre il Giornale ha svelato che la passione spinse Mesiano, subito dopo la vittoria di Prodi, ad alzare i calici in compagnia di alcuni avvocati in un bar a due passi dal Tribunale.
Un gesto inopportuno? Lui cerca di sprofondare ancora una volta nell’anonimato, lo stesso che lo avvolgeva prima della sentenza da 750 milioni di euro. Nemmeno una parola. Se non per un cortese saluto scacciacronisti: «Non parlo».
Ma, volente o nolente, è ormai un uomo pubblico: è inevitabile, come ricorda il professor Franco Coppi, che calamiti flash, telecamere e taccuini. L’inseguimento continua. Senza volume.
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