"La noia è anche creatività. Ma i social l'hanno uccisa"

Il direttore artistico di Radio Deejay immagina in un libro il suo ultimo giorno in trasmissione. "Però non smetto, ho ancora molto da dire"

La sua storia comincia dalla fine. Almeno quella che Linus cioè Pasquale Di Molfetta «da qui Lino, poi Linuccio, poi Linus» racconta nella sua «biografia radiofonica» Fino a quando, edita da Mondadori. Una fine, il suo ultimo giorno alla radio, il sipario di una carriera che è vita e passione prima che lavoro, che però, per fortuna, non c'è o forse si, ma non adesso. Lui che è la radio e non solo Radio Deejay, a dire basta ci ha pensato sul serio. «Sono in quella fase della vita in cui io mi vivo come se avessi vent'anni di meno, ma non so se avrò voglia di fare le stesse cose anche per i prossimi vent'anni. Nella vita non ho mai fatto programmi». Tranne quelli di successo.

Chi è stato il suo uomo del destino, quello che le ha aperto per sempre le porte della radio?

«Silvio, un mio compagno di classe di quinta superiore. Per un po' ha fatto radio anche lui poi si è buttato sulla gastronomia e ha aperto un ristorante. Avevamo 19 anni».

La sua prima radio?

«Si chiamava Radio Hinterland Milano 2, trasmetteva dall'ultimo piano dell'albergo Astoria di Cinisello Balsamo, periferia di Milano. Adesso non c'è più neanche l'albergo».

C'era anche Gerry Scotti. Che ragazzino era?

«Più magro, con una vaga somiglianza con William Hurt, ma molto simile a quello di adesso. Aveva anche allora quell'aria da fratello più grande, da ragazzone posato. Anche se nel privato è una delle persone più imprevedibili che io conosca».

Che tipo di mondo era quello delle prime radio?

«Un mondo molto naif, con le scatole di uova a insonorizzare le pareti e il segnale che spariva appena giravi l'angolo della via. Eravamo tutti dilettanti allo sbaraglio, ma era anche la sua magia. Somigliavano un po' a noi i nerds che una ventina di anni fa cominciavano a smanettare con il web».

Il primo disco comprato?

«Per noi ragazzini comprare un Lp era già un piccolo investimento. Così abbiamo fatto una colletta tra tre amici e ci siamo comprati Wish you were here dei Pink Floyd, Rimmel di De Gregori, una raccolta di Cat Stevens e Harvest di Neil Young. Li ascoltavamo a casa dell'unico dei tre che aveva un giradischi».

E il primo trasmesso in radio?

«Wake up everybody di Harold Melvin. Ricordo anche giorno e ora: mercoledì 14 aprile, anno 1976, alle sei di pomeriggio. Sono stato fortunato a debuttare con un disco così bello perché in quegli anni si mandavano in onda anche tante stupidaggini. Fosse stato Ramaya di Afric Simone forse me ne vanterei meno».

E l'ultimo quale sarà?

«Magari lo stesso. Potrebbe essere romantico chiudere con il disco con cui ho cominciato».

Chi era il Linus di Linus?

«Cercavo di imitare Pippo Ingrosso di Radio 101, un dj durato molto poco, che gestiva il Mariposa, il più famoso negozio di dischi di Milano, in piazza del Duomo, uno dei fondatori di Radio Deejay. Aveva questa voce molto impostata che ai tempi a me piaceva moltissimo».

E i Linus di domani chi sono?

«Non ci sono. Non c'è ricambio generazionale e la cosa è molto deprimente. Perché la radio non è un business in declino, anzi: oggi è ovunque, negli smartphone, sui pc, piace e vende. Ma i ragazzi vedono forse strade più semplici per arrivare al successo. E per ascoltare musica basta Spotify».

Lei scrive che andare in radio era un gradino sopra l'andare al bar. Ma la radio privata è stata la rivoluzione, la libertà, internet prima di internet.

«È vero ma all'epoca non ce ne rendevamo conto e vivevamo tutto con leggerezza. Non solo le radio disimpegnate ma anche quelle di informazione o schierate politicamente. Più che rivoluzionare il mondo ci sembrava di andare a trovare gli amici in un centro sociale».

Si rimorchia a fare la radio?

«Una volta si. Anche perchè spesso chi era in onda rispondeva anche al telefono e questo, diciamo, agevolava gli incontri. Adesso no».

Ha scritto anche che la radio era vivere un sogno senza speranza. Ma lei è il sogno realizzato.

«Nessuno si faceva illusioni che ci fosse un futuro, la radio era un bel gioco che prima o poi sarebbe finito. Tant'è che a 25 anni, nell'estate del 1994, partii per le vacanze, con l'intenzione di trovarmi un lavoro vero al ritorno. Invece arrivò una telefonata: vuoi venire a Radio Deejay? Mi chiesero. E la mia vita cambiò».

Un lavoro vero però l'ha avuto

«Ho fatto l'operaio per due anni. Colpa delle bocciature rimediate a scuola per amore della radio. Erano giornate massacranti: otto ore in fabbrica, la scuola di sera e la radio prima di andare a dormire. Due anni duri, però avevo diciott'anni».

Cos'è rimasto di quel periodo?

«Non dimentico la frustrazione del doversi vestire tutti uguali, la desolazione dei capannoni e delle officine, il cartellino da timbrare. Ma quegli anni mi hanno insegnato la puntualità, la consapevolezza che il lavoro è un'altra cosa, il rispetto per chi si guadagna duramente da vivere. E l'importanza di avere sogni nella vita che possano cambiare tutto».

Che lavoro le sarebbe piaciuto?

«Il mio sogno era disegnare. A scuola facevo ritratti, macchine da corsa, qualunque cosa. Era quella la cosa che sapevo fare meglio di tutte, ma non sapevo a chi rivolgermi e lasciai perdere. La radio fu quasi un ripiego. Come oggi andare a correre o in bici: un'attività parallela che facevo come valvola di sfogo».

Per questo vuole fare il pittore?

«Negli ultimi anni ho ripreso a disegnare ma il tempo non c'è. Se smetto con la radio chissà»

I suoi genitori credevano in lei?

«Mia madre Maria moltissimo. A un certo punto mi elesse suo vice marito. Michele, mio padre era una persona umile: faceva l'artigiano, costruiva cornici che vendeva porta a porta. Vendeva quello che serviva di giorno in giorno, a volte anche niente, però era un uomo con la testa un po' sulle nuvole, per niente concreto. E allora a quattordici anni mamma dava a me per esempio la responsabilità dei lavoretti di casa. Una cosa che mi ha fatto crescere molto».

E papà?

«Mio padre era un musicista mancato, aveva gli occhiali spessi ed era un mago delle carte. Avrebbe voluto fare l'artista, ma erano anni difficili. Però il fatto che io e mio fratello Alberto verremo ricordati come due tra i più importanti dj degli ultimi trent'anni forse era scritto nel dna».

Come è arrivato dove è arrivato?

«Per tante piccole opportunità che si sono messe in fila, per tante piccole sliding doors».

Tipo?

«I miei genitori erano di Canosa di Puglia, ma per lavoro si trasferirono a Perugia dove siamo nati io e mia sorella e dove abbiamo vissuto per dieci anni prima di traslocare a Milano. Mia madre ha passato il resto della sua vita a rimpiangere gli anni perugini, più di quelli della sua infanzia. Era un posto dove s'era sentita voluta bene, in una città che amava. Ma certo se fossimo rimasti là, io oggi non sarei qua».

É vero che da bambino non ha mai ricevuto un giocattolo?

«In realtà erano i miei Natali a non avere regali. Non era una grande abitudine dell'epoca, almeno nel quartiere popolare di Paderno Dugnano dove vivevo io».

E che suo fratello Alberto si chiama così perché a mamma piaceva Alberto Lupo?

«Per questo nonno Savino si accontentò di prendersi il secondo nome. All'anagrafe però gli storpiarono pure quello trasformandolo in Sabino...»

Quanti ascoltatori ha?

«Un milione, un milione e cento».

In 44 anni di radio come ha visto trasformarsi il suo pubblico?

«All'inizio lavoravo per un'Italia fatta di ragazzini, adesso per un pubblico dove la parola giovane è più legata allo stile di vita che all'anagrafe. Abbiamo giovanissimi cinquantenni e vecchissimi ventenni. Ma anche più argomenti di cui parlare».

Il Duemila se lo aspettava così?

«Per me da piccolo il Duemila erano le macchine che volavano e le pillole al posto del cibo. Quello che ci sta cambiando invece è molto più subdolo: il mondo del digitale ci sta impoverendo, il livello della cultura di base è imbarazzante, l'analfabetismo di ritorno è impressionante. La tecnologia invece di portarci nel futuro ci sta riportando nel passato».

Cosa la preoccupa di più?

«Il mondo ha fatto progressi pazzeschi, nella medicina, nella ricerca, abbiamo gli strumenti per stare centomila volte meglio ma poi arrivano politici come Trump che ci fanno fare un passo indietro di cinquant'anni: sull'ecologia per esempio ha stracciato in un attimo quello che è stato costruito in decenni. Eppure molta gente non lo capisce o fa finta di non capire».

Come vede il futuro dei suoi figli?

«Intanto nessuno per fortuna vuol fare la mia strada, anche perchè non sempre aiuta essere figli d'arte. Ma mi fido di loro e di quello che faranno nella vita: sono contento di aver regalato loro degli anticorpi sulle cose che appena detto. Ragionano con la loro testa, sono curiosi. Sono due ragazzi perbene».

Lei scrive: la noia è un carburante. Ma ci si annoia ancora oggi?

«La noia è la madre della creatività. Purtroppo il mondo digitale la sta spegnendo».

Lei non usa i social?

«Ho solo Instagram. Twitter è troppo hard, mai avuto Facebook perché non ho mai apprezzato quel tipo di mondo. La radio è mille volte meglio di qualunque social».

Anni e anni di incontri celebri in radio. Il più memorabile?

«Al Gore è stato emozionante. Ha la straordinaria capacità che hanno tutti gli americani di stare davanti a un microfono. Gli italiani non sono sempre così. Alla gente non frega niente del nome del tuo chitarrista, vuole sapere qualcosa della tua vita».

Il più divertente?

«Robin Williams. L'ospite che tutti vorrebbero avere. Disponibile, simpatico, che si ricorda di te. Un uomo incredibile e magnifico che ricordo con tenerezza»

Il più antipatico?

«Più irritante che antipatico. Kevin Durant, uno dei migliori giocatori di basket del mondo. Ha dormito in diretta per mezz'ora rispondendo a monosillabi. O il rapper 50 Cent: aveva l'aria di uno trascinato di forza davanti al microfono».

Il più amico tra i vip?

«Con Vasco Rossi c'è un rapporto molto affettuoso. Ci conosciamo da 40 anni anche se ci vediamo una volta all'anno. Siamo sempre felici di ritrovarci e di volerci bene».

Ma è vero che la musica è finita negli anni Novanta?

«Ho paura di si. Oggi c'è la ricerca più della forma che della sostanza».

Anche in Italia?

«Non ci sono più gli autori pazzeschi dei testi che c'erano negli anni Sessanta e Settanta. Si punta tutto sulla confezione, sulla brevità, le canzoni devono durare due minuti e mezzo, altrimenti il ragazzino si annoia. Non c'è l'album, si fanno singoli e poi singoli, come ai tempi di Celentano che solo dopo averne fatti uscire un po' li radunava in un album».

Di cosa va fiero?

«Di molte cose, soprattutto della mia capacità di adattamento: sono riuscito ad attraversare diverse epoche rimanendo sempre sintonizzato sul mood del periodo. E di essere riuscito a conservare Radio Deejay sempre al top. Quando Cecchetto la fondò creò qualcosa di strabiliante. Per me è come aver ereditato la Ferrari da Enzo Ferrari e averla sempre mantenuta ad alto livello».

Perché il bisogno di raccontarsi a un certo punto della vita?

«L'anno scorso ho vissuto un periodo pesante sul lavoro e con la salute, quasi paralizzato da un'operazione sbagliata alla schiena, che mi ha fatto pensare seriamente di dire basta. E poi volevo anche un po' liberarmi dall'immagine da Mulino Bianco che mi porto dietro. Volevo raccontarmi nelle mie imperfezioni, spiegare che la vita è complicata per tutti».

E allora fino a quando?

«Fino a quando mi divertirò. O fino a quando mi accorgerò di non piacere più alle persone che mi ascoltano. Magari mai...»

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