La nostra vita senza sole E se l’estate non arriva?

La scienza sospetta che il maltempo di questi giorni sia un effetto della nube islandese. Come nel 1816, quando per colpa di un altro vulcano si passò dall'inverno all'autunno

Mai visti così. Roma e Milano hanno lo stesso cielo, questo grigio polvere senza sole, malinconico, nostradamico, spaurito, che ti viene l’angoscia solo a guardarlo. Non fa freddo, ma andare in giro senza giacca sembra una bestemmia, con la pioggia a singhiozzo che disorienta. Dicono che sia così ovunque. Qualcuno ci ha rubato l’estate.

Non è solo un luogo comune. Non è quel sospiro che ti fa dire: vecchio mio, non ci sono più le mezze stagioni. Qui sta accadendo qualcosa che non si vedeva da tempo. È un anno freddo e va bene. Si sapeva. I meteorologi ne parlavano nei loro blog già dodici mesi fa. Il 2010 sarà un anno al ribasso. Lo dicevano vari indizi, come un sole più turbolento del solito e si suppone che questo «nervosismo» faccia rallentare la rotazione della terra e crei correnti zonali più intense. Insomma, si abbassano le temperature. Parlavano di indici predittivi e cose strambe. Ma poi scrivevano “tranquilli”, per avere davvero un anno senza estate serve un’eruzione vulcanica di quelle toste. Zuum. Perfetto. È arrivata.

Ci ha pensato l’Islanda, quel ghiacciaio di fuoco che suona più o meno Eyjafjallajokull, quello che si è messo a vomitare cenere e l’ha sparsa ai quattro venti, come se questo pezzo di terra fosse un vecchio tappeto su cui è caduto un posacenere troppo usato. Quel vulcano sembra aver dipinto di grigio i cieli, ha fatto scappare le rondini e messo a terra gli aerei. In molti sospettano che sia stato lui, questo Efesto di ghiaccio, a scipparci l’estate.

Come cavolo può essere un anno senza estate? Mai visto. Niente pausa, niente maniche corte, non c’è quel sudore che si appiccica alla pelle, ma neppure quella sensazione che qualcosa nel mondo sta cambiando, come una metamorfosi, come una speranza. Non c’è quell’euforia che ti zompa addosso la mattina senza una ragione, senza un perché. Non ci sono le canzoni balneari. Non c’è l’amore tanto al chilo, quello senza strascichi, senza responsabilità. È un’estate in minore. E capita proprio quest’anno che vanno in onda i mondiali africani, etnici, neri, ruggenti. Che rabbia viverli sotto la pioggerellina grigia. Forse Lippi lo sapeva e si è adeguato. Voliamo verso Johannesburg senza uno straccio di fantasista. Non c’è il fantasma di Baggio e neppure qualcuno che gli rassomigli. Non c’è Totti, non c’è Cassano, non c’è Del Piero, non c’è neppure un Miccoli o un Diamanti. Non c’è Balotelli e non c’è neppure la sua follia. Lui, giovane e italiano, nero nel mondiale nero. Niente. Lippi ha scrutato il cielo e ha scelto un azzurro senza luce. Che razza di estate è? Piove sulla crisi.

Eppure c’è già stato. Era il 1816. L’anno senza estate. Così lo chiamarono i nonni dei nonni. Il vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in quelle che si chiamavano Indie olandesi, sparse per dieci giorni, dal 5 al 15 aprile, enormi quantità di cenere negli strati superiori dell’atmosfera. Anche quella volta il sole si appannò. La luce faticava a superare quella cortina di piombo. Come adesso. Ma non fu la fine del mondo.

L’estate rubata evoca i nostri incubi. È il passato che vede il futuro. È in quel 1816 che l’uomo ha immaginato di poter giocare con il corpo, la genetica e l’immortalità. È la sfida a Dio. È in quel 1816 che la carestia sposta i confini dell’avventura, rompe le frontiere, crea un altro Occidente. È in quel 1816 che il pittore J. M. W. Turner guarda l’orizzonte e colora il cielo di rosso. Non fu un anno banale. Maggio. Lago di Ginevra. Il poeta Lord Byron invita un gruppo di amici a villa Diodati. C’è il suo medico Polidori, c’è l’amico Shelley e sua moglie Mary, con la sorellastra Claire Clairmont. Il sole è pallido. Mary Shelley raccontava quei giorni così: «Fu un’estate piovosa e poco clemente. La pioggia incessante ci costrinse spesso in casa per giornate intere». Byron e i suoi amici per ammazzare il tempo si misero a giocare. Ognuno di loro avrebbe dovuto raccontare la sera, davanti al fuoco, una storia gotica, di fantasmi. Il dottor Polidori rubò alla tradizione popolare la storia del vampiro. È il primo racconto che parla di questo essere leggendario. Mary Shelley parlò del dottor Victor von Frankenstein (o il moderno Prometeo). Sono passati quasi due secoli, ma gli interrogativi sulla bioetica partono da lì, da quelle notti di maggio senza estate.

Maggio 1816. Le tempeste di neve distruggono i raccolti del New England. Tre gelate rapide e improvvise stremano gli ortaggi della Pennsylvania. Il prezzo dei cereali sale alle stelle. Il bestiame stramazza. Karl Drais, a corto di cavalli, crepati per la fame, inventa la bicicletta. I contadini colpiti dalla carestia si spostano verso Ovest, in massa, con lunghe carovane, in terre selvagge, fino ad accamparsi nel Midwest. È quella che gli storici chiamano «la conquista del West».

Niente paura. Questa estate senza estate sarà piena di sorprese.

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