Il nuoto imprigiona e lei non ha retto

LA SCONFITTA Non è riuscita ad affrontare l’esasperazione di uno sport dove i record arrivano ogni giorno

Lo sport può essere una gabbia dorata, con le pareti di piombo. Lo sport incatena, blocca la mente, prosciuga. L’unico aspetto positivo è che a scegliere questo tipo di vita sei solo tu, non altri. E Laure Manaudou ha scelto, ha detto basta, perché non ce la faceva più. Se lo sport è duro, il nuoto lo è di più, perché aliena. Ore ed ore a nuotare in una piscina, in un luogo chiuso o in un rettangolo d’acqua che non dà spazi e profondità. Ritengo, però, che Laure non abbia abbandonato solo per questo. A rendere tutto più difficile e pesante è il momento che sta vivendo il nuoto. Una disciplina da record: troppi. Uno sport che correva veloce e ora va velocissimo, ma si muove al contrario rispetto ad altre discipline dove più passa il tempo e più è difficile battere record. No, in vasca si infrangono primati come se il nuoto fosse nato ieri. E sia ben chiaro: il discorso dei costumi non regge.
Quindi, in questo scenario dove lo sport professionistico è sempre più esigente e logorante, il nuoto e i nuotatori si trovano a dover affrontare un problema in più. Temo che dietro alla scelta di Laure ci sia anche la consapevolezza di voler recidere queste catene che bloccano un atleta di primo livello. Il desiderio di dire basta e fuggire via da una prigione che soffoca come poche. Uno sport che è diventato un incubo, con le sue regole di allenamento ossessionanti e ossessive, ma soprattutto con quei costumi che non coprono solo i loro corpi, ma forse anche le sue vergogne. Laure ha detto basta, non ce l’ha fatta, ha deciso che non è più tempo di tuffarsi in una vasca che non presenta solo acqua pura e clorata.
*Membro della commissione
di vigilanza sul doping
e consulente della Wada.