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Arriva Sprout, robot delizioso che sembra un giocattolo. Lo volete? Pensateci bene.

Non nasce per intrattenere o assistere, nasce come una piattaforma, un corpo standard su cui altri possono scrivere comportamenti, testare reazioni, addestrare movimenti, osservare cosa succede quando una macchina entra in uno spazio umano e deve imparare a rispettarne le regole non scritte, quelle che nessun manuale spiega e che nessun algoritmo conosce davvero

Arriva Sprout, robot delizioso che sembra un giocattolo. Lo volete? Pensateci bene.
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Eravate stanchi dei soliti robot umanoidi che vi fanno un po’ paura? Quelli che vediamo nei video dove vi mettono le stoviglie della lavatrice con estrema precisione (ma con una lentezza esasperante) e in ogni caso avreste paura che di notte vi possano strangolare? Ebbene, allora c’è Sprout.

Sembra uscito da un film della Pixar senza stonare, è basso e morbido e ha una faccia che cambia espressione e non ha nulla di quell’estetica robotica che negli ultimi anni ci ha insegnato a pensare alle macchine come a qualcosa che prima o poi ci schiaccerà un dito, un lavoro, una vita, e infatti guardandolo viene spontaneo pensare a Wall-E o a Baymax, insomma a quell’immaginario rassicurante, protettivo, giocattoloso (alla Disney lo stanno già usando).

Si chiama Sprout, germoglio (nome da vivaio più che da laboratorio) e è uno di quei casi in cui il design sembra dirti tutto prima ancora che tu sappia cosa fa, a chi è destinato, perché esiste, certo che sì, questo ti viene voglia di prenderlo, troppo carino, troppo cute, piacerebbe anche al vostro cane o gatto.

Non importa che Sprout non faccia quasi nulla di spettacolare, non vola, non corre, non solleva pesi, non promette miracoli domestici, anzi sembra progettato apposta per non fare un cavolo, e allora a che serve? Il fatto è che non è un giocattolo. Infatti Sprout non nasce per intrattenere o assistere, nasce come una piattaforma, un corpo standard su cui altri possono scrivere comportamenti, testare reazioni, addestrare movimenti, osservare cosa succede quando una macchina entra in uno spazio umano e deve imparare a rispettarne le regole non scritte, quelle che nessun manuale spiega e che nessun algoritmo conosce davvero.

Quindi, chi se lo prenderà? Laboratori, università, team di ricerca e sviluppo, luoghi in cui il problema non è far fare qualcosa a un robot, piuttosto capire come deve muoversi, avvicinarsi, fermarsi, guardare, in presenza di un essere umano. Ognuno può usarlo per farci quello che vuole (ognuno se sei un ricercatore, altrimenti lo guardi e basta). Sprout è alto poco più di un metro, pesa poco più di venti chili, ha ventinove gradi di libertà distribuiti su tutto il corpo, braccia articolate, un gripper semplice, sensori, microfoni, una testa espressiva che non serve a sembrare simpatica ma a testare reazioni, perché anche un sopracciglio meccanico può cambiare il modo in cui una persona percepisce una macchina.

In altre parole un robot che nasce per essere provato, programmato, corretto, fatto sbagliare, fatto rialzare, usato come corpo di riferimento su cui sviluppare software, comportamenti, modelli di interazione, e è per questo che tra i primi a metterci le mani ci sono realtà come Disney e Boston Dynamics, non per venderlo, piuttosto per capire cosa succede quando un umanoide entra davvero in uno spazio condiviso e deve imparare a non farsi percepire come un problema.

Sprout è prodotto da Fauna Robotics, una startup americana che lavora sugli umanoidi e al contrario di quello che sembra non è un robot educativo, casomai nasce per essere educato, per essere uno strumento di ricerca, un’infrastruttura per sviluppatori, un modo per addestrare le macchine alla convivenza più che all’efficienza.

E se proprio qualcuno, come me, avesse ancora il dubbio che sia pensato per i bambini (o per gli adulti precocemente senescenti ma intimamente infantili come me), nessun problema, si può anche comprare, volendo, costa solo, ehm… fatemi controllare… ah, ecco: 50.000 dollari.

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