Dunque, si torna a discutere sul rapporto tra lavoro e AI, questa volta nel Regno Unito. Il ministro britannico della Scienza, Patrick Vallance, ha dichiarato ieri sul Guardian che l’intelligenza artificiale e la robotica sono destinate a trasformare in modo profondo il lavoro umano, in particolare nei settori industriali e logistici, dove i sistemi automatizzati possono già oggi svolgere compiti ripetitivi in modo più rapido e preciso degli operatori. Su questo non ci sono dubbi, e forse così è sempre stato dalla rivoluzione industriale a oggi.
Secondo Vallance non si tratta di una distruzione del lavoro ma di una sua evoluzione, con un aumento della produttività e della qualità delle competenze richieste, e con un ruolo sempre più centrale di macchine intelligenti, inclusi robot umanoidi, nei magazzini, nelle fabbriche e nei servizi a alta intensità operativa.
Per cui il governo britannico intende ridurre gli ostacoli burocratici per le imprese tecnologiche e finanziare nuovi poli di innovazione in robotica e intelligenza artificiale, favorendo una diffusione più rapida di queste tecnologie nel tessuto produttivo.
Alla visione ottimista del ministro si contrappone quella del sindaco di Londra, Sadiq Khan, che ha messo in guardia dal rischio di una perdita significativa di posti di lavoro, soprattutto nei settori dei servizi e delle professioni cognitive, chiedendo politiche pubbliche di riqualificazione e di tutela sociale di fronte a una trasformazione che definisce di portata sistemica. Non ha tutti i torti neppure lui, in fondo è la questione cruciale di questi anni (guerre a parte).
Si potrebbe accusare Khan di luddismo (come verrebbe spontaneo a me) e però non siamo davanti a una tecnologia che colpisce un singolo comparto, come accadde con i telai nell’Ottocento. È una rivoluzione trasversale, che entra contemporaneamente in molti ambiti (scrittura, traduzione, grafica, programmazione, customer care, contabilità, analisi dei dati, progettazione, supporto decisionale, diagnosi, pianificazione).
Quindi non credo che siamo davanti a un nuovo telaio, credo piuttosto che stiamo automatizzando l’intelligenza operativa, e che casomai il problema non è difendere un mestiere, bisogna capire che cosa resta del lavoro umano quando la produttività non ha più bisogno di quasi tutti. Cosa che interessa anche chi produce, altrimenti per chi produce? Il capitalismo funziona finché c’è un consumatore, e io sono sempre stato per il consumismo, che fa girare l’economia (e anche i nostri desideri, comprare mi sembra l’unica illusione concreta praticabile).
Detto questo, in ogni caso, la situazione, andando a vedere meglio cosa succede, è già meno lineare di come viene raccontata. Negli ultimi due anni il mercato del lavoro tecnologico ha conosciuto ondate significative di licenziamenti, e non si parla solo di lavori manuali, come è ovvio. Nel 2025, secondo i principali tracker di settore, le aziende tech statunitensi hanno cumulato oltre duecentomila tagli. Amazon ha eliminato circa quattordicimila posizioni corporate tra fine 2025 e inizio 2026, includendo centinaia di ruoli tecnici di ingegneria software, e Microsoft ha avviato più tornate di riduzioni di personale che hanno coinvolto team di sviluppo e figure specialistiche. Paradossalmente una delle categorie che oggi sembrano più colpite sono i programmatori. Le aziende licenziano, l’AI scrive codice, e la narrativa è che il programmatore sia diventato superfluo. Tuttavia, se si guarda meglio, in moltissimi casi gli stessi programmatori vengono richiamati, piccolo trend da seguire meglio. Perché è vero che l’AI scrive codice, così come è altrettanto vero che quel codice non è mai davvero affidabile, va revisionato, e chi deve essere controllarlo, correggerlo, testarlo, integrarlo? Un programmatore. Per questo non credo alla narrativa semplice della sostituzione immediata. Questo non rende la situazione più rassicurante, anzi.
Perché se la bolla dell’intelligenza artificiale dovesse scoppiare, il disastro sarebbe economico e finanziario. Se invece la tecnologia manterrà davvero le promesse, il disastro rischia di essere soprattutto lavorativo. In entrambi i casi, il problema non è il luddismo.
È la struttura del sistema in cui questa tecnologia viene inserita, e in questo momento storico, per varie ragioni tecnologiche ma anche geopolitiche, l’unico sistema forte che le persone sentono è fatto di incertezza e il caos. Anche perché non puoi dire a uno di cinquant’anni “ti devi reinventare”, in cosa si reinventa? Non può neppure aprirsi un account su Onlyfans.