I neonati umani mi hanno sempre fatto senso. Lo so, è un’opinione impopolare, però quando nacque mia figlia, tredici anni fa, mi fece lo stesso effetto di ribrezzo, e siccome le zie e mia mamma e mia suocera dicevano che era bellissima e somigliava alla mamma o a me, feci questo piccolo esperimento: scaricai da Google una foto a caso di un neonato e la mandai a tutti, reazione: bellissima, stupenda, quanto vi somiglia, che occhi (ma quali occhi, erano chiusi).
In ogni caso perché vi sto parlando di neonati? Perché è appena uscito uno studio condotto dal gruppo guidato da Roberta Bianco presso l’Istituto Italiano di Tecnologia (in collaborazione con il Research Center for Natural Sciences di Budapest e con l’ospedale Szent Imre) e è uno dei pochissimi lavori che affrontano la percezione musicale nei primissimi giorni di vita extrauterina. Il campione è composto da 49 neonati sani di età compresa tra 1 e 3 giorni dalla nascita, testati durante il sonno naturale senza sedazione e senza alcuna richiesta comportamentale, una scelta metodologica decisiva in quanto elimina qualunque contributo motorio, attentivo o appreso e consente di osservare esclusivamente le risposte automatiche del cervello
Gli stimoli sonori utilizzati sono sequenze musicali derivate da composizioni di Bach presentate in versioni regolari e in versioni sperimentalmente modificate. Le manipolazioni sono altamente controllate e distinguono in modo netto tra violazioni del ritmo e violazioni della melodia: nel primo caso vengono alterati gli intervalli temporali tra gli eventi sonori mantenendo costante l’altezza delle note, nel secondo caso vengono modificate le altezze tonali lasciando invariata la struttura temporale, così da isolare sperimentalmente le due dimensioni percettive senza sovrapposizioni
L’attività cerebrale viene registrata tramite EEG a alta densità e analizzata mediante potenziali evento correlati all’interno di un paradigma di tipo oddball, in particolare viene misurata la mismatch response. Per farvela breve il segnale neurale che emerge quando una sequenza prevista viene violata, le finestre temporali analizzate si collocano approssimativamente tra i 150 e i 350 millisecondi dopo la violazione, un intervallo compatibile con meccanismi di previsione automatica e non con processi coscienti deliberativi o dipendenti dall’attenzione
Il risultato è netto e statisticamente robusto, le violazioni ritmiche producono una risposta EEG affidabile e replicabile mentre le violazioni melodiche non generano segnali distinti dal rumore di fondo. Vale a dire che il cervello neonatale umano anticipa quindi la struttura temporale degli stimoli sebbene non costruisca ancora una rappresentazione dell’altezza tonale, confermando che ritmo e melodia non sono due aspetti di una stessa competenza, bensì due livelli cognitivi distinti con basi neurali differenti
Questa dissociazione non è nuova. Era già emersa in ricerche precedenti condotte in modo autonomo, studi realizzati presso Harvard University e University of Toronto avevano mostrato che lattanti di poche settimane reagiscono a irregolarità temporali ma non a cambiamenti tonali complessi, mentre lavori sviluppati presso University of Helsinki e Max Planck Institute avevano inquadrato questi risultati nel modello del cervello predittivo, secondo cui la percezione non è passiva ma basata su aspettative temporali che, quando vengono violate, generano un errore neurale misurabile
A queste ricerche si aggiungono anche studi comparativi su specie non umane condotti da gruppi della Emory University e del Primate Research Institute giapponese che mostrano come la sensibilità al ritmo sia condivisa con alcuni primati e altre specie sociali, mentre la capacità di rappresentare strutture melodiche resta marginale o assente, suggerendo una radice evolutiva del ritmo come strumento di coordinazione motoria e sociale piuttosto che come prodotto estetico.
Tornando allo studio dell’Istituto Italiano di Tecnologia, non introduce dunque una teoria nuova, piuttosto spinge al limite inferiore possibile l’osservazione sperimentale dimostrando che i meccanismi predittivi temporali sono attivi entro i primissimi giorni di vita extrauterina, separando in modo rigoroso ritmo e melodia, e mostrando che la previsione temporale non dipende dall’esperienza postnatale ma da una struttura neurale già operativa, rendendo questo lavoro una conferma radicale e non un semplice ampliamento della letteratura esistente
Qui c’è da dire che allargando il quadro in senso evolutivo l’essere umano è una delle pochissime specie che alla nascita richiede anni di cure parentali, una dipendenza prolungata che non ha paragoni nel regno animale. Come ha mostrato in modo sistematico Giorgio Vallortigara nei suoi lavori (alcuni dei suoi molti studi) sull’innatismo cognitivo comparato condotti presso il Center for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento, mentre un pulcino appena uscito dall’uovo possiede già aspettative spaziali, nozioni elementari di fisica degli oggetti, capacità di discriminare quantità, continuità e traiettorie, un neonato umano è motoricamente inetto, percettivamente immaturo e cognitivamente limitato sul piano pratico. Proprio per questo il fatto che una struttura astratta come il ritmo nei neonati umani sia già presente è tutt’altro che banale, indica che nonostante la nostra estrema lentezza nello sviluppo funzionale il cervello umano arriva al mondo con alcuni moduli cognitivi di base già attivi, e tra questi il tempo sembra occupare una posizione privilegiata, prima dello spazio, prima dell’azione, prima del significato.
Detto questo i neonati continuo a trovarli ripugnanti, però quando vi rompono i timpani con i loro pianti potete tranquillamente suonare la batteria, basta che non vi illudiate: nessuno di loro diventerà Michael Jackson.