Tra poco Voyager 1 raggiungerà una distanza di un giorno-luce dalla Terra. Secondo le stime attuali della missione, succederà intorno a novembre 2026 (più o meno): sarà il primo oggetto costruito dall’uomo a trovarsi così lontano che un segnale radio impiegherà ventiquattro ore per arrivare da qui a lì, e altre ventiquattro per tornare indietro. «Pronto?». Il giorno dopo: «Sì, chi parla?». Due giorni per una conversazione alla velocità della luce, per intenderci.
Un giorno-luce. Pensateci. Detta così sembra quasi una non-notizia. Un giorno. Ventiquattro ore. Che sarà mai un giorno-luce. E infatti, su scala cosmica, è pochissimo. Eppure per arrivare a quella distanza Voyager 1 ha impiegato quasi cinquant’anni. Cinquant’anni di viaggio continuo per coprire ciò che la luce attraversa in una sola giornata. E mica va pianoo. Voyager 1 viaggia a circa 17 chilometri al secondo, cioè poco più di 60.000 chilometri all’ora, una una velocità enorme per qualunque oggetto costruito dall’uomo, la più alta mai mantenuta così a lungo. E dunque pensateci di nuovo, un attimo, poi andiamo avanti: mezzo secolo di viaggio per arrivare dove la luce arriva in un giorno.
A questo punto il giorno-luce smette di sembrare una misura astratta e diventa una soglia, un limite che manda in crisi il nostro modo abituale di parlare di spazio, di stelle “vicine”, di viaggi interstellari.
Piccolo recap: Voyager 1 partì dalla Terra nel 1977. Tredici anni dopo, nel 1990, era già abbastanza lontana da far apparire il nostro pianeta come un puntino, e prima di spegnere definitivamente la sua fotocamera, Carl Sagan chiese alla NASA di farla voltare un’ultima volta verso casa. Da quella distanza la Terra apparve come un puntino sospeso in un raggio di luce: il famoso Pale Blue Dot, piccolo puntino pallido.
Quella fotografia fece impressione perché il pianeta era minuscolo, perché si vedeva appena, perché ci costrinse a fare i conti con la nostra piccolezza. Ma oggi c’è un dettaglio ancora più netto: da dove si trova Voyager 1 adesso, a quasi un giorno-luce di distanza, a “solo” un giorno-luce di distanza, quel puntino non si vedrebbe più nemmeno così, la Terra sarebbe già completamente invisibile.
Questo ridimensiona anche l’emozione di allora, perché quando scattammo il Pale Blue Dot ci sembrò di essere piccoli, e in realtà eravamo ancora vicinissimi. Oggi che siamo già spariti alla vista, su scala cosmica siamo ancora praticamente sotto casa. A questo punto basta fare un passo appena più in là.
La stella più vicina a noi, Proxima Centauri, dista poco più di quattro anni-luce. Quattro anni luce, se lo dici a qualcuno dice ok, è vicina, tant’è che si chiama proxima, la stella più vicina (a parte il Sole, ovviamente, che è a 8 minuti luce da noi). Ma alla velocità di Voyager significherebbe circa 75.000 anni di viaggio.
Non una distanza, una durata che esce completamente dalla scala umana. Fa molta più impressione, vero, che di 4 anni luce?
Consideriamo ora la Via Lattea, che ha un diametro di circa 100.000 anni-luce (e solo fino ai primi decenni del secolo scorso si credeva fosse l’intero universo, non una galassia tra centinaia di miliardi di galassie). La galassia “vicina”, Andromeda, si trova a oltre 2,5 milioni di anni-luce.
Tradotti nella lingua di Voyager, diventano circa 44 miliardi di anni di percorrenza, più di tre volte l’età dell’universo.
Non un viaggio possibile, anche considerando che Andromeda si sta avvicinando a noi. Il giorno-luce, allora, più che una conquista è una misura che ci dice che usiamo parole come vicino, lontano, andare, esplorare, per uno spazio che non è fatto per essere attraversato da noi.
A proposito, commentando il Pale Blue Dot, Carl Sagan scrisse: “Su quel puntino, chiunque tu ami, chiunque tu conosca, chiunque tu abbia mai sentito nominare, ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto la sua vita. L’insieme delle nostre gioie e delle nostre sofferenze, migliaia di religioni sicure di sé, ideologie, dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e ogni vigliacco, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e ogni contadino, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, bambino pieno di speranze, inventore ed esploratore, ogni insegnante di morale, ogni politico corrotto, ogni ‘superstar’, ogni ‘leader supremo’, ogni santo e ogni peccatore nella storia della nostra specie ha vissuto lì, su un granello di polvere sospeso in un raggio di sole.
” Carl Sagan si sbagliava solo su un punto, riguardo a quel puntino: che rendendendosi conto di essere così infinitesimali, l’umanità avrebbe smesso, come specie, di farsi la guerra. D’altra parte, dal punto di vista Voyager 1, già non esistiamo più.