Obama stanco di guerra. La crisi di un presidente che non sa comandare

Obama stanco di guerra. La crisi di un presidente che non sa comandare

Ha parlato come Bossi, ammettendo che «il Paese è stanco della guerra», ma l’Italia in Afghanistan non ha un ruolo centrale, bensì di supporto: la sua è una prova di straordinaria lealtà verso gli alleati. Se le stesse parole vengono pronunciate dal presidente degli Stati Uniti il peso è diverso e le ricadute rischiano di essere tutt’altro che positive; perché proprio in questi momenti gli Stati Uniti dovrebbero dimostrare la capacità di condurre la coalizione con mano ferma, spazzando via dubbi che si manifestano, oltre che in Italia, anche in Gran Bretagna, Germania, Francia. E invece il messaggio inviato va nella direzione opposta.
Barack Obama, lunedì sera in Tv, ha tentato di presentarsi come un padre di famiglia che prende a cuore il destino dei propri figli. «In questo momento sto cercando di garantire una strategia coerente e di fare in modo che la nostra politica sia all’altezza del sacrificio che chiediamo ai nostri soldati» e ha assicurato «che non prenderà alcuna decisione sul dispiegamento di nuove truppe» fino a quando non sarà sicuro dei risultati. Ha tentato di non apparire arrendevole e infatti, pur ammettendo la stanchezza dell’America - dimostrata peraltro anche dai sondaggi con percentuali che sfiorano il 60% - ha ricordato che «chi ha ucciso tremila soldati è ancora in Afghanistan e va eliminato».
Parole sagge, se fossero pronunciate all’inizio della legislatura, ma sconcertanti in bocca a colui che lo scorso mese di marzo assicurava di voler risolvere una volta per tutte, ed energicamente, il problema di Kabul. Chiede pazienza, ma le truppe americane sono in Afghanistan da otto anni, lui alla Casa Bianca da nove mesi: di quanto tempo può avere ancora bisogno? Se lo domanda innanzitutto il generale McChrystal, che, nel rapporto da poco consegnato alla Casa Bianca, gli intima di aumentare le truppe o di prepararsi alla sconfitta. La vittoria o un nuovo Vietnam. Deve scegliere e in fretta; perché tra dodici mesi sarà troppo tardi per rimediare.
Ma Obama sfugge, l’uomo che prometteva il cambiamento appare titubante, ancora stordito dalla protesta durissima contro la riforma sanitaria, che sembra aver incrinato il suo profilo politico, forse addirittura la fiducia in se stesso, incapace di decidere per il timore di sbagliare. E allora aspetta, rinvia, si aggrappa alla comunicazione, ma secondo modalità sempre meno convincenti.
Un presidente forte non concede in una sola domenica ben cinque interviste e il giorno dopo non accetta di apparire sul divanetto di David Letterman durante il suo celebre e irriverente talk-show, come se fosse un attore che promuove un film o un parlamentare qualunque in cerca di visibilità. Nessun presidente in carica aveva accettato finora l’invito di Letterman, Obama lo ha fatto, palesando le sue insicurezze.
Il leader che piaceva a tutti non riesce più a imporre la propria visione del mondo, insegue anziché condurre l’opinione pubblica. Bush governava usando anche, e in certi frangenti soprattutto, la paura di Al Qaida. Obama esagera in senso opposto: ogni tanto parla di terrorismo, ma con scarsa convinzione, dando l’impressione di non crederci fino in fondo. Ma se il presidente non dà l’esempio, non spiega, non motiva perché gli americani dovrebbero sostenere la missione in Afghanistan? Lunedì ha addirittura inserito se stesso «e per primo» tra «il pubblico scettico». Un’uscita infelice, ma rivelatrice e alla lunga scivolosa.
Di questo passo perché gli alleati dovrebbero continuare a combattere al fianco delle truppe Usa? I dubbi di Bossi potrebbero diventare ben presto quelli di tutti, provocando lo sfaldamento della coalizione, con un danno colossale alla credibilità dell’America. Persino la benevola Washington Post lo ha sollecitato a chiarire se ritiene ancora giusta e vincente la guerra in Afghanistan e ad assumersene la responsabilità.