Obbligata a dire addio a mamma mentre le batteva ancora il cuore

Caro Direttore,
non avrei mai pensato di scegliere la cassa da morto di mia madre mentre il suo cuore ancora batteva. Eppure la legge me lo ha imposto, quella stessa legge che obbliga i medici a staccare improrogabilmente le macchine, quando un paziente viene definito «clinicamente morto», perché il suo elettroencefalogramma risulta piatto. Eppure il volto di mia madre era disteso e sereno, lei respirava, anche se aiutata artificialmente. Domenica scorsa era stata ricoverata d'urgenza al Policlinico Umberto I di Roma per un'emorragia cerebrale. Ma il suo codice giallo in tre ore è diventato rosso. Entrata in terapia intensiva, già non era più cosciente, ma in coma. Così, la mattina seguente, alle undici, dopo il nuovo risultato piatto dell'elettroencefalogramma, viene emessa «la sentenza» di morte. Da qui scattano le ultime sei ore, durante le quali una commissione medica deve verificare eventuali reazioni e confermare il responso, per poi staccare le macchine. Improrogabilmente. Un vero incubo per i familiari. Il tutto confermato dalla imperturbabilità dei medici che, abituati a questa prassi, rispondono con tono fermo e impassibile.
Mentre speravo ancora che mia madre prima o poi potesse risvegliarsi, dall'altra parte c'era già chi la considerava passata a miglior vita. E mi spingeva a prendere decisioni post-mortem. Insomma, avrei dovuto pensare alla cassa, ai fiori, al funerale, al necrologio. E così ho fatto, mentre il cuore della mia adorabile mamma ancora pulsava, mentre le tenevo la mano calda e le parlavo sottovoce invitandola a svegliarsi. Non credevo a quello che stava accadendo. Mi chiedevo perché nel «bel» mezzo di quel giorno, mi trovavo davanti all'ospedale, nell'auto dell'agente delle pompe funebri, a scegliere la bara e fiori di chi mi aveva partorito e ancora era in questo mondo. Cassa da morto? Ma se mamma è viva, non facevo che ripetermi. Intanto il tempo passava inesorabile, quasi una condanna. Solo che mia madre non era detenuta, ma un angelo votato alla completa dedizione ai suoi tre figli.
Caro Direttore, non voglio fare polemiche. Nonostante il disumano summum ius, summa iniuria, devo spezzare una lancia a favore dei medici del Policlinico, che hanno comunque mostrato disponibilità e cortesia. Desidero però fare qualche riflessione. Un paziente in terapia intensiva può costare anche tremila euro al giorno. Tanto. Troppo per chi ha l'elettroencefalogramma piatto. Così, a fare posto e a dire «avanti un altro» ci pensa la legge. E tutto va liscio. Si «seppellisce» il problema, nel vero senso del termine, col distacco delle macchine. Che coraggio che dovrà avere chi spingerà quel pulsante fatale. È la stessa legge che va incontro anche all'espianto degli organi - prima si tolgono e meglio è - e che in futuro, così mi ha detto qualcuno in ospedale, intende accorciare i tempi della commissione «di morte»: da sei ore a due o tre. Sempre a beneficio degli espianti e a garanzia di minori costi. Mi chiedo: è giusto tutto questo? È umano il calvario che ho dovuto patire? Oltre alla disperazione di perdere la persona più importante della mia vita, ho avuto anche «il privilegio» di sapere in anticipo l'ora della sua morte. Poi sfalsata di ulteriori quarantacinque minuti, grazie alle mie insistenze. Perdonami, mamma, se non sono riuscita ad impedire che ti staccassero le macchine. Sono comunque convinta che tu, ora, lassù, sei finalmente serena e felice. Un’ultima cosa, Direttore: anche lei ha perso qualcosa, la sua più grande fan e ammiratrice. Mia madre moriva dalla voglia di leggere i suoi editoriali, e mi chiedeva sempre di portarle a casa in fretta il Giornale.
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