Il commissario Kostas Charitos è stato promosso a direttore della polizia dell'Attica, Atene è travolta da una crisi economica che impone alla gente comune di scegliere tra pagare l'affitto e fare la fame, le proteste si susseguono e, alla fin fine, ci scappano anche due morti. Charitos indaga e, come sempre, al suo fianco ci sono la moglie Adriana, la figlia Caterina, l'amico Zisis e lei, Atene, con i suoi mille contrasti. Petros Markaris, nato a Istanbul 89 anni fa, porta il suo Charitos (protagonista di una quindicina di romanzi di grande successo in tutto il mondo) e il nuovo noir La ricchezza che uccide (La nave di Teseo, pagg. 218, euro 19) al Salone di Torino: tocca proprio a lui il discorso inaugurale sulla Grecia Paese ospite (domani, ore 15.45).
Petros Markaris, chi è Charitos?
"Devo fare un passo indietro e raccontare come è nato. Era il 1990 e lavoravo come sceneggiatore per una serie crime per la tv greca e un giorno, proprio di fianco allo schermo del computer, ho visto apparire una famiglia di tre persone: un uomo, una donna e un bambino, non sapevo ancora se maschio o femmina. Era una tipica famiglia della classe medio bassa greca, perciò la mia reazione fu: ne ho abbastanza, ne ho già raccontate troppe".
E poi?
"L'uomo, il padre insomma, era insistente e ogni mattina me lo ritrovavo accanto al pc, al punto che non riuscivo più a concentrarmi sulla sceneggiatura, perciò mi sono detto: uno che mi tortura così può essere solo un poliziotto o un dentista. Ma non potevo immaginare un romanzo con un dentista, perciò doveva essere un poliziotto. E così è nato Charitos".
Che tipo è?
"Non ero interessato a un genio che risolvesse qualsiasi crimine. Volevo che fosse un uomo ordinario, legato alla sua famiglia. L'unica eccezione è la sua amicizia con Zisis, un vecchio militante di sinistra".
Rappresentano le due anime del Paese?
"Sì. Quando iniziai a scrivere il primo romanzo della serie incontrai un uomo che era stato in isolamento per otto mesi al quartier generale della polizia, durante la dittatura; e quest'uomo mi raccontò che là, nel reparto di isolamento, c'era un giovane poliziotto di guardia, che gli portava sempre le sigarette e il caffè. Dopo aver sentito questa storia mi sono detto: perché, dopo tanti anni dalla guerra civile, un poliziotto e un vecchio militante di sinistra non possono essere amici?".
Aveva dei modelli quando ha iniziato?
"Mi sento molto vicino al noir mediterraneo, l'unico a sfondo politico e sociale. Più Camilleri e meno Simenon, diciamo. I modelli sono Sciascia e i suoi romanzi sui legami tra mafia e politica, o Montalbán e i libri sulla Spagna sotto il regime di Franco, o Camilleri appunto, che era un mio caro amico".
Che cos'è il "tocco" mediterraneo nel noir?
"Cambia la domanda fondamentale, che non è più chi è stato? bensì perché lo ha fatto?: indagando sul perché un uomo sia diventato un assassino, si scoprono numerosi aspetti della società che in molti modi spingono le persone al crimine".
La crisi che racconta...
"È enorme. Il costo delle case è proibitivo. Esistono coppie, come quella nel romanzo, che sono separate ma costrette a vivere insieme, perché non possono permettersi due affitti. Ci sono quartieri di Atene che, onestamente, mi risultano ormai estranei: l'esempio migliore è la zona intorno al vecchio aeroporto di Ellinikon, che oggi è una specie di finta New York, con torri e palazzi pomposi".
Come la Grecia, tanti altri Paesi e l'Occidente stesso sono in crisi. La Grecia è la culla dell'Occidente: dovremmo tornare alle nostre radici?
"È così, la crisi è vera, ed è anche culturale. Il fatto è che la cultura e il patrimonio sono diventati solo un mezzo per fare soldi e il turismo ne è la prova. Certo, se studiassimo attentamente alcuni periodi della storia della Grecia antica, di sicuro troveremmo spunti per risolvere i nostri problemi; ma la domanda oggi è soltanto: come posso trarre profitto?".
Lei ha tradotto Goethe e Brecht in greco. L'hanno influenzata?
"Sì, soprattutto Brecht, da cui ho imparato due cose molto importanti per me. La prima è la teoria del distanziamento. Vede, io inizio un romanzo quando c'è qualcosa, nella società o nella politica, che mi fa infuriare, e mi spinge a dirmi: devi trovare una storia per calmarti; ma, quando poi la scrivo, sono totalmente distante, sia dalla storia, sia dai personaggi".
La seconda?
"Non dimenticare l'umorismo, nemmeno nel crime".
E il cibo...
"Beh, il cibo è la realtà base del noir mediterraneo. E di tutta la civiltà mediterranea".
Lei è per metà armeno.
"In realtà è armeno solo il nome della mia famiglia, per via di una faccenda di cuore di mio nonno... Lui viveva a Istanbul in una famiglia armena molto benestante, e si innamorò della nipote della cuoca, arrivata un giorno da Andros. Dicono fosse bellissima. Fatto sta che suo padre gli disse: se la sposi, ti diseredo. E così fu. Mio nonno affittò una casetta, si trovò un lavoro e non pronunciò mai più una parola in armeno in vita sua. I suoi quattro figli hanno sposato donne e uomini greci e nessuno ha mai parlato armeno, nella mia famiglia".
E quando si è trasferito ad Atene?
"Nel 1963. L'ho fatto proprio per la lingua madre: volevo scrivere in greco. Ho ottenuto la cittadinanza una settimana dopo la fine della dittatura, prima non me l'hanno mai data".
Abbandonerà Charitos?
"Ho già in mente due nuove storie. Le sto scrivendo...".